“Nel presente contesto storico” – scrive la Cassazione – è da escludere che il termine omosessuale abbia conservato un “significato intrinsecamente offensivo come, forse, poteva rimanere in un passato nemmeno tanto remoto”. La parola “omosessuale”, dunque, è entrata nell’uso corrente e riguarda esclusivamente le “preferenze sessuali dell’individuo” che, assumendo un “carattere neutro”, non possono di certo avere una sfumatura spregiativa né si può considerare un’offesa se rivolta ad una persona che si dichiara eterosessuale.

La parola “omosessuale” è entrata nell’uso corrente

“Omosessuale” dunque non lede affatto la reputazione dell’individuo a differenza di altri termini che possono arrecare fastidi. Con queste motivazioni la Suprema Corte ha annullato – senza rinvio – la condanna per diffamazione inflitta nel marzo 2015 dal Giudice di pace di Trieste nei confronti di un uomo che avrebbe definito “omosessuale” un avversario – in realtà eterosessuale – all’interno di un atto di querela. Dunque, la “tipicità della condotta di diffamazione consiste nell’offesa della reputazione” scrive la Cassazione: “E’ necessario che i termini dispiegati o il concetto veicolato, nel caso di comunicazione scritta o orale, siano oggettivamente idonei a ledere la reputazione del soggetto” a cui sono stati rivolti.

Così è da escludere che il termine omosessuale utilizzato dall’imputato “abbia conservato, nel presente contesto storico, un significato intrinsecamente offensivo” ha concluso la Cassazione.