Quello che si temeva è purtroppo diventato una realtà. Nessuno toccherà le province. Il decreto che ne tagliava 36 non verrà convertito in legge. Con un capolavoro d’ipocrisia, la commissione Affari costituzionali del Senato ha deciso nella serata del 10 dicembre che non sarà possibile portare il decreto in aula (ne era prevista la discussione oggi), a causa dell’elevato numero di emendamenti e dello scarso tempo a disposizione, dovuto alla crisi di Governo.

Un piccolo particolare: gli emendamenti li hanno aggiunti loro (soprattutto il Pdl), la crisi di governo è stata provocata da loro. Quindi, essenzialmente, sono tutte scuse. Le province fanno parte di quei serbatoi di potere e privilegi, fra distribuzione di poltrone e controllo di lucrosi appalti, ai quali nessuno vuole rinunciare. E che il ministro della Pubblica amministrazione, Filippo Patroni Griffi (foto by InfoPhoto), dica che il Governo ha fatto tutto quello che poteva, non è del tutto esatto. Avrebbe dovuto puntare subito sull’eliminazione totale, che avrebbe fornito meno scuse; soprattutto, avrebbe dovuto proporla subito, e inchiodare il Parlamento alle proprie responsabilità. Tanto, quando vogliono, cambiano la Costituzione in fretta e senza problemi.

La vicenda dell’eliminazione delle province, poi diventata accorpamento, è un capolavoro d’ipocrisia perché molti dei grossi papaveri hanno detto di volerle abolire, ma tutti hanno agito, spesso in modo sotterraneo, per conservarle. Alla nostra faccia. Con i nostri soldi. Mentre ci alzavano le tasse ad un livello insopportabile. Sarà bene non dimenticarselo.