Ha avuto un regalino di ben 600 milioni ma perlomeno dovrà guadagnarselo. Sembra che il sindaco di Roma, Ignazio Marino, sia stato costretto dal Governo di Matteo Renzi a fare qualcosa di serio per rimediare alla voragine finanziaria in cui è precipitata la capitale d’Italia.

Il decreto salva Roma varato il 28 febbraio dal Consiglio dei ministri, ammesso che il Parlamento lo converta senza toccarlo (avvenimento raro), non si limita a mettere mano al portafoglio; impone anche alcune misure precise che il Comune dovrà attuare. Si parla nel testo di “ricognizione dei fabbisogni di personale delle società partecipate“. Un modo gentile per dire che deve terminare l’epoca delle assunzioni clientelari all’Atac e all’Ama, le società municipali che gestiscono trasporti e rifiuti. Dovranno esserci degli esuberi e dovranno essere trasferiti ad altre società molti dei lavoratori in eccesso. Il decreto non parla di mandare a casa i dirigenti incapaci, purtroppo.

Sotto il mirino del Governo anche le società municipalizzate minori: il decreto indica chiaramente che andranno dismesse o liquidate. Due tra gli innumerevoli esempi di spreco, evidenziati dal quotidiano romano Il Messaggero: la società Risorse per Roma, cinquanta milioni all’anno per la pianificazione urbanistica, una funzione che deve essere svolta direttamente dal Comune; oppure i 40 milioni incassati da Zetema per gestire il polo culturale.

Praticamente il Governo sta trattando il Roma come l’Unione europea sta trattando l’Italia: sorvegliata speciale. Il Comune avrà l’obbligo di tramettere ai ministeri dell’Interno e dell’Economia e al Parlamento il piano di rientro dal dissesto finanziario.

Ipotizzando che il Parlamento non affossi o stravolga il decreto legge, sarebbe curioso osservare il comportamento del Pd e di Renzi (foto by InfoPhoto) nel caso in cui il loro  sindaco più importante non faccia i compiti; avrebbero il coraggio di sciogliere il Consiglio comunale, come prevede la legge in caso di dissesto finanziario? Il dubbio è lecito.