Sono passati 12 anni da quel tragico mattino del 30 gennaio del 2002, quando il piccolo Samuele Lorenzi, tre anni appena, trovò la morte per mano di sua madre, Annamaria Franzoni, nella villetta familiare di Cogne (foto by InfoPhoto), in Val d’Aosta. La Franzoni, difesa inizialmente dal celebre avvocato Carlo Taormina, fu condannata in primo grado a 30 anni di reclusione, pena ridotta a 16 anni in appello e resa poi definitiva dalla Corte di Cassazione nel maggio del 2008. Il caso passò alla storia della cronaca nera italiana come il “Delitto di Cogne” e tenne col fiato sospeso il paese per molti anni, perfino dopo la condanna definitiva della Franzoni.

Il bambino fu ucciso con un corpo contundente mai ritrovato (tra i vari oggetti ipotizzati come arma del delitto: un mestolo, una picozza, un pentolino, un sabot) e sin dall’inizio l’unica indiziata fu la madre, benché questa abbia sempre negato ogni addebito. La difesa provò a dimostrare che l’assassino fosse uno sconosciuto penetrato in casa per compiere una rapina, mentre la famiglia della Franzoni e lei stessa arrivarono ad accusare esplicitamente Ulisse Guichardaz, un vicino di casa, presentando addirittura un esposto contro di lui (a questo proposito, la Franzoni sta scontando un anno e quattro mesi per calunnia), e contro un’altra vicina di casa, Daniela Ferrod. Fu presto chiaro che entrambi fossero totalmente estranei alla vicenda.

La personalità di Annamaria Franzoni, d’altra parte, fu oggetto di grande interesse. Le perizie psichiatriche a cui fu sottoposta evidenziarono una personalità affetta da “nevrosi isterica” e si parlò anche di depressione post-partum nonché di amnesia (da sottolineare, comunque, che la Franzoni fu ritenuta sana di mente dai giudici). Anche e soprattutto per questo, l’omicidio di Samuele e tutto quello che vi ruotò intorno – dalle indagini alle udienze, alle interviste rese dai protagonisti – tenne banco anche per la sua natura estremamente mediatica. La famiglia Franzoni, in particolar modo nella persona di Annamaria, sfruttò abbondantemente il mezzo televisivo (interviste da Maurizio Costanzo in primis, ma anche Vespa e Matrix si sbizzarrirono sull’argomento) per veicolare la propria verità all’opinione pubblica, facendo peraltro insorgere il sospetto che cercasse in qualche modo di mettere in difficoltà gli organi inquirenti. Oggi, a 12 anni dal delitto di Cogne, Annamaria Manzoni continua a dichiararsi innocente e solo qualche settimana fa ha avanzato richiesta di arresti domiciliari “per stare vicina a Gioele”, il figlio avuto dal marito Stefano Lorenzi meno di un anno dopo l’assassinio di Samuele.

LEGGI ANCHE:

Taormina, “La Franzoni mi deve 800mila euro”

Annamaria Franzoni ammessa al lavoro esterno