Difficile dire quando arriverà la parola fine sul delitto di Garlasco – che ricordiamo è avvenuto il 13 agosto 2007. La sentenza della Corte di Cassazione potrebbe arrivare nel giro di qualche ora. Per ora quello che sappiamo è che il Procuratore Generale della Suprema Corte Oscar Cedrangolo ha chiesto di annullare la condanna a 16 anni inflitta ad Alberto Stasi e celebrare un nuovo processo. Secondo il magistrato vanno accolti sia il ricorso della procura generale che quello della difesa dell’imputato e, dunque, va annullata con rinvio la sentenza di condanna a 16 anni emessa dalla Corte d’assise d’appello di Milano il 17 dicembre dello scorso anno.

Prima di allora bisogna ricordare che Alberto Stasi è stato assolto in primo grado nel 2009 e in appello nel 2011 – quest’ultima sentenza è stata annullata dalla Cassazione nel 2013. Il procuratore generale nella sua requisitoria ha parlato della “debolezza dell’impianto accusatorio“: “gli indizi non sono indizi, non sono affatto certi e nella consapevolezza di questa realtà si cerca un movente che non si riesce a trovare“, che ha portato alla condanna di Alberto Stasi. Ha poi spiegato che “in questa sede non si giudicano gli imputati ma le sentenze. Io non sono in grado di stabilire se Alberto Stasi è colpevole o innocente. E nemmeno voi“, ed ha poi continuato dicendo che “insieme possiamo stabilire se la sentenza è fatta bene o fatta male. A me pare che la sentenza sia da annullare” e che “potrebbero esserci i presupposti di un annullamento senza rinvio, che faccia rivivere la sentenza di primo grado” e quindi l’assoluzione dello Stasi.

Il procuratore comunque non esclude che la sentenza possa prevedere un nuovo processo – come la precedente pronuncia della Suprema Corte, suggerendo che si dispongano “nuove acquisizioni o differenti apprezzamenti“, “perché se Alberto è innocente deve essere assolto, ma se è colpevole deve avere la pena che merita“.
Oscar Cedrangolo evidenzia anche i tanti ‘infortuni’ degli investigatori dal “massiccio inquinamento del luogo” in cui è stato compiuto il delitto di Chiara Poggi, visto che “sono 24 le persone che si sono recate in quell’appartamento prima dei rilievi del Ris“. Poi “non si è concentrata l’attenzione sulle impronte in uscita dalla casa che l’aggressore potrebbe aver lasciato e incongruenze ci sono anche sulla misura della calzatura“. Mostra dubbi anche sulle impronte sul dispenser di sapone, visto che “l’imputato frequentava abitualmente quella casa“. Viene fatto a pezzi pure il movente “la logica impone di escludere l’insostenibile ipotesi secondo cui, per evitare che la fidanzata rendesse pubblica la sua perversione di collezionare materiale pornografico distruggendo così la sua immagine di ragazzo per bene, la uccide, e come alibi il giorno dopo consegna proprio quel pc ai carabinieri“.