Roma, un sabato pomeriggio di tarda primavera, molto caldo. Un uomo sta camminando sul Lungotevere Arnaldo da Brescia, nel pieno centro storico, a circa un chilometro e mezzo dalla Camera dei deputati. Ad un certo punto incrocia un’auto in sosta, una grossa berlina Lancia, dalla quale all’improvviso scendono altri cinque uomini che gli saltano addosso. Lui reagisce con forza e i cinque faticano a trascinarlo in macchina e a portarlo via. La colluttazione prosegue violenta anche a bordo; ad un certo punto uno dei rapitori estrae un coltello e colpisce il sequestrato, uccidendolo.

Era il 10 giugno 1924. La vittima si chiamava Giacomo Matteotti, deputato socialista. Gli aggressori erano Amerigo Dumini, Albino Volpi, Giuseppe Viola, Augusto Malacria e Amleto Poveromo: una squadraccia fascista specializzata in azioni punitive, soprannominata “Ceka”, dal nome della prima polizia segreta sovietica, sciolta due anni prima ed antenata di Nkvd e Kgb. La banda era agli ordini di Giovanni Marinelli, segretario amministrativo del partito e a quel tempo uno dei collaboratori più stretti di Benito Mussolini. Successivamente tutti loro verranno condannati a pene lievi per omicidio preterintenzionale (non volontario) e poco dopo amnistiati.

Sono quindi trascorsi 90 anni dal delitto Matteotti. Dopo tutto questo tempo, una guerra mondiale, milioni di morti in tutto il mondo e la distruzione quasi totale dell’Italia, perché è ancora importante ricordare proprio la morte di quest’uomo? Perché questo singolo episodio è stato decisivo nel precipitare l’Italia in una dittatura a tutti gli effetti; allo stesso tempo, tale preciso avvenimento ha portato il regime fascista vicinissimo alla caduta; nei sei mesi successivi all’omicidio, e a causa di questo, l’Italia avrebbe potuto liberarsi di Mussolini per tornare ad un assetto vicino alla democrazia; oppure sprofondare in una vera e propria guerra civile tra le bande estremiste fasciste e le bande estremiste socialcomuniste, entrambe lasciate senza freni; cioè proprio il motivo per cui Mussolini riuscì a prendere il potere nel 1922, dopo tre anni di violenze simili. Con lo sguardo dell’epoca, era quest’ultima l’ipotesi di gran lunga più probabile.

La vicenda Matteotti è stata complessa e controversa; un esercito di storici l’ha analizzata in ogni dettaglio. Proviamo qui a ripercorrerla molto sinteticamente. Il 6 aprile 1924 si tennero le elezioni. Il “listone” fascista, che comprendeva anche elementi dell’opposizione centrista, ottenne il 66% dei voti. Mussolini manovrava per spaccare ulteriormente le opposizioni, tentando d’imbarcare nel Governo alcuni elementi socialisti. Nelle file della sinistra la determinazione cominciava a vacillare. Matteotti, acceso sostenitore della resistenza dura e ad oltranza contro il fascismo, volle respingere questo pericolo.

Fu così che il 30 maggio tenne alla Camera un discorso di fuoco contro le camicie nere, che reagirono con violenza, interrompendolo in continuazione e minacciandolo gravemente. Matteotti elencò le prove delle intimidazioni e degli altri imbrogli fascisti durante la campagna elettorale e chiese l’invalidazione delle elezioni. Al termine del discorso disse ai compagni seduti vicini: “Ho detto quel che dovevo dire. Ora sta a voi preparare la mia orazione funebre“. Secondo un’interpretazione molto verosimile dello storico Renzo De Felice, Matteotti non si aspettava certo che le elezioni venissero annullate. Ma voleva provocare apertamente i fascisti per impedire ogni trattativa con i socialisti indecisi, a rischio anche della propria vita.

Mussolini ascoltò il discorso impassibile ma il suo sguardo lasciava trasparire la rabbia. Innumerevoli testimonianze affermano che il duce era frequente preda di terribili scatti d’ira, i quali tuttavia venivano rapidamente dimenticati. I collaboratori più intelligenti lo sapevano. Quando tornò furioso nel suo ufficio a Palazzo Chigi, vide Marinelli e sbraitò: “Che fa la Ceka? Che fa Dumini? Se non foste dei vigliacchi, nessuno avrebbe mai osato pronunciare un simile discorso!“. Il capo del fascismo non era uno sprovveduto. Sapeva che ordinare l’eliminazione di Matteotti avrebbe avuto delle tremende conseguenze, come poi effettivamente accadde. Però Marinelli era, come lo definisse Indro Montanelli, “il più zelante, ottuso e cinico collaboratore di Mussolini“. Se Marinelli avesse ordinato espressamente anche l’assassinio di Matteotti, non solo una pesante bastonatura, non fu mai chiarito. E’ comunque accertato che chiamò Dumini e ordinò un’azione contro il deputato socialista.

Lo scandalo scoppiò subito e Mussolini faticava a contenerne le conseguenze. Nei mesi successivi egli si trovò accerchiato: da una parte, le fazioni più violente del suo partito chiedevano il colpo di Stato; dall’altra, re Vittorio Emanuele III e le forze armate (fedeli al sovrano, non al duce) erano decise ad impedire ad ogni costo la guerra civile. I socialisti commisero molti errori tattici e non seppero sfruttare la debolezza di Mussolini. Alla fine di dicembre i capi delle fazioni squadriste letteralmente circondarono il loro capo e gli dissero di essere pronti anche a fare a meno di lui e a togliere le briglie alle squadracce.

I socialisti, tardivamente, consegnarono al re un dossier raccolto da Matteotti su presunte tangenti che coinvolgevano il fratello del duce, Arnaldo, in merito a concessioni petrolifere (alcuni storici ritengono che sia questo il motivo del delitto); ma Vittorio Emanuele lo restituì, spiegando che dovevano portarlo non a lui, ma alla Camera e lì discuterne. Il sovrano aveva scelto di salvare il duce, considerandolo il pericolo minore.

Si arrivò dunque al fatale 3 gennaio 1925. Con uno storico discorso, Mussolini chiamò su di sè la responsabilità “politica, morale e storica” della vicenda Matteotti e promise azioni decise per consolidare il primato del fascismo. Era nata la dittatura.