Ha ucciso la moglie dopo l’ennesima umiliazione. E’ questo, in estrema sintesi, il movente che ha armato la mano dell’ex caporalmaggiore Salvatore Parolisi contro la moglie Melania Rea, uccisa con 35 coltellate il 18 aprile 2011, nel bosco di Ripe di Civitella, nei dintorni di Ascoli Piceno, dove la coppia viveva con la figlia Vittoria, oggi 3 anni.

Stando alla ricostruzione del delitto, contenuta nelle 67 pagine depositate da Marina Tommolini, Gip di Teramo, la famiglia Rea-Parolisi si sarebbe recata, quel pomeriggio del 18 aprile, sul pianoro di Colle San Marco, in una sorta di parco giochi. Ma a Melania non piace la scarsa igiene delle altalene e decide di avviarsi verso il bosco, con marito e figlia. La bimba si addormenta e i 2 la lasciano in macchina mentre si avviano tra i viottoli dove Parolisi addestra le reclute. La donna si apparta per urinare. Il marito la vede con i pantaloni calati, si eccita, tenta un approccio, le lo respinge e lui l’accoltella.

La classica moglie tradita e arrabbiata, il classico marito latino che non accetta di essere respinto, il classico raptus. Un omicidio da manuale. Se è andata veramente così, vien da domandarsi perché, alla comminazione dell’ergastolo, a Parolisi non sia stata addebitata l’aggravante dei futili motivi, dato che non gli è stato risparmiato niente, dall’interdizione perpetua dai pubblici uffici alla perdita della patria podestà.

Nonostante la puntuale ricostruzione del Gip Tommolini, che non oserei mai mettere in discussione, il mistero aleggia sull’omicidio di Melania. Nessuno ha mai visto la mamma di Somma Vesuviana al pianoro di Colle San Marco, però tutti ricordano Parolisi e la piccola Vittoria. L’uomo che ha ritrovato il cadavere di Melania, a 3 giorni dal delitto, è sempre rimasto nell’ombra, non è mai stato identificato. Perché? Cosa aveva da nascondere? Le telefonate equivoche di Parolisi con l’amante Ludovica, ex recluta della caserma di Ascoli Piceno dove l’ex caporalmaggiore prestava servizio, e quella strana prenotazione per passare delle vacanze insieme quando era palese che avrebbe dovuto rimanere con la moglie. Se doveva solo fare una passeggiata con Melania, a Ripe di Civitella, perché portarsi dietro pantaloni militari, guanti, giacca in goretex e coltello a serramanico? Ma il punto cruciale è: come fanno 2 genitori a lasciare in macchina una bimba piccola, anche se addormentata, in un posto isolato?

Parolisi, da subito, ripercorre gli avvenimenti di quel tragico 18 aprile 2011 in modo confuso, destando i sospetti degli inquirenti. Tutti lo difendono raccontando di una coppia estremamente felice, con una normalissima quotidianità. Ma la favola crolla in fretta. Parolisi va in televisione piangendo calde lacrime, chiedendo perdono per uno stupido tradimento. Ma il castello di bugie cresce e il 19 luglio 2011 l’ex caporalmaggiore finisce in carcere con l’accusa di omicidio. Proprio nelle motivazioni del Gip Tommolini si legge che le sue frottole, paradossalmente, hanno contribuito a incastrarlo.

L’ultimo grande mistero è quello che aleggia sulla caserma Clementi: cosa avviene tra quelle mura oltre a una sana vita militare? Festini, orge, abusi, violenze, droga e tradimenti? I lati oscuri della Clementi sono emersi tanto lentamente quanto tanto velocemente sono stati messi a tacere. Le 67 pagine del Gip Tommolini fanno decadere anche le ipotesi precedenti per cui Parolisi avrebbe ucciso Melania perché non sopportava l’idea che la donna volesse separarsi; per il vespaio che avrebbe suscitato la sua liaison con Ludovica se la moglie avesse parlato; per tutti i soldi che avrebbe dovuto sborsare in caso di divorzio, anche in vista della cospicua eredità di cui era in attesa.

Le ombre, sul delitto di Melania Rea, restano ancora fitte, nonostante la sua famiglia si ritenga soddisfatta, e straziata al tempo stesso, per la condanna all’ergastolo di Parolisi che, ovviamente, giura di essere innocente. Probabilmente, depositaria della verità è la piccola Vittoria, unica, inconsapevole, testimone della morte della madre.