Lavorano in fabbriche fatiscenti, e i crolli recenti sono solo alcune prove.  Al Rana Plaza Building di Savar hanno perso la vita almeno 500 persone, oltre 2.500 sono rimaste ferite e centinaia sono ancora disperse. Cronaca recente, ma un disastro simile succedeva già nel 2006, quando morirono 64 dipendenti, o l’anno scorso, quando un incendio al Fashions Tazreen in Ashulia, una borgata vicino Dhaka, fece oltre 100 vittime.

Il settore abbigliamento offre lavoro in Bangladesh ad oltre 4 milioni di lavoratori, in prevalenza donne, persone che hanno una paga mensile inferiore ai 30 euro. E’ il secondo Paese al mondo, dopo la Cina, il Bangladesh per forza lavoro nel mondo tessile. Eppure, nessun brand che commissiona i lavori, prende in considerazione l’idea di avviare un protocollo di sicurezza.

Lo scorso 7 maggio, un gruppo di esponenti del sindacato spagnolo Ugt hanno manifestato a Barcellona davanti a un punto vendita Mango, dopo che il brand aveva dichiarato di aver commissionato capi proprio a quell’azienda che è crollata, il Rana Plaza Building.

La nostra United Colour of Benetton in primo momento ha smentito, per poi confermare in parte di avere rapporti con le aziende che hanno avuto vittime, dopo che dall’Associated Press sono arrivate le foto che ritraggono una camicia di colore scuro griffata Benetton tra i calcinacci, accanto a quello che pare la commessa di un ordine. Non solo: anche l’agenzia France Press conferma di aver ricevuto dalla Federazione operai tessili del Bangladesh documenti contenenti un ordine da circa 30mila pezzi fatto nel settembre 2012 da Benetton alla New Wave Bottoms Ltd, una delle manifatture risucchiate dal crollo.

Bassi costi di produzione, poca burocrazia e soprattutto pochi obblighi da rispettare: fare business in Bangladesh conviene. Il reddito medio annuo di un operaio è di circa 410 dollari, i laboratori privi di sicurezza. Solo nel 2005 si contano più di mille vittime tra gli operai tessili secondo una stima dell’International Labor Rights Forum.

In Italia Deborah Lucchetti, coordinatrice della Campagna Abiti Puliti, braccio italiano della Clean Clothes Campaign dichiara (fonte Il Fatto quotidiano): “Chiederemo alle nostre aziende che lavorano e comprano lì di firmare il Bangladesh Fire and Building Safety Agreement, un protocollo sulla sicurezza degli edifici che ospitano i laboratori. La statunitense PVH Corp, proprietaria di Calvin Klein e Tommy Hilfiger, e il distributore tedesco Tchibo lo hanno già fatto nel 2012″.

Ora è il turno delle italiane: “Coinvolgeremo anche i sindacati nazionali. In queste ore li stiamo contattando perché facciano pressione sulle aziende e le convincano a firmare il protocollo”. Le fabbriche della morte continuano ininterrottamente il loro lavoro. Anche oggi, mentre tu stai leggendo, qualcuno per 28 euro al mese sta rischiando la vita, per far sì che ciò che in questo momento stai indossando ti regali la felicità di un pomeriggio di shopping, una felicità che a molti, a troppi, è costata cara, pagandola con la loro
stessa vita.

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