Caro John,

ci diamo del tu perché a me i formalismi sanno di limiti e contenimento e io, se permetti,sono stufa di contenermi.

Ho seguito tutta la vicenda dei complimenti fatti a Mr Tod’s ed ora leggo con molto piacere che, non solo ce l’hai con le aziende “nane”, ma anche con i giovani che definisci “svogliati” (qui il post del mio collega dove leggere le tue belle parole).

Io ti sto scrivendo mentre l’orologio segna le 8,30, di un sabato mattina (ma gli svogliati non si alzavano all’una il sabato?) e so che mi aspetterà una giornata di lavoro come tutte le altre, se non più impegnativa: come molti ragazzi della mia età, lo ribadisco, molti,  cerco di farmi conoscere, spargere la voce sul mio lavoro, su ciò che so fare e posso offrire e appena si presenta l’occasione di un nuovo cliente non me la lascio certo scappare.

Laureata a pieni voti (ma gli svogliati non sono quelli che prendono il minimo?) con una carriera mantenuta da diversi lavoretti extra universitari, vengo catapultata immediatamente in importanti esperienze nel mondo lavorativo, quello delle aziende di calzature dove imparo cosa significa essere svegli e veloci a portare a termine gli impegni perché “altrimenti ne troviamo tanti di giovani come te che vogliono fare questo lavoro”.

La concorrenza è spietata, ma tu che ne sai.

Arriva la crisi, le aziende chiudono ed iniziano a licenziare, sopravvivono quelle che hanno saputo essere lungimiranti, che hanno saputo pianificare. Io non sono in nessuna di queste. Cosa fare? Piangersi addosso? Sì, l’ho fatto per un piccolo periodo perché non sapevo dove sbattere la testa – eh no, io non sono figlia di imprenditori, ma di semplici impiegati e il mio cognome, a differenza del tuo, non spalanca porte e non mi riempie la rubrica dello smartphone di contatti importanti.

Mi reinvento con quello che so fare: analizzo le mie competenze e tutto quello che ho imparato. Mi metto in proprio. A distanza di due anni da quel periodo sono caporedattrice di un portale con tre persone che lavorano per me, scrivo per altre due redazioni (ringrazio la squadra di Leonardo.it), ho un mio studio di comunicazione dove curo campagne social media per piccoli clienti del mio territorio, ho un programma in radio e ho pure aperto un’etichetta discografica, per non farmi mancare nulla (ma gli svogliati non mangiavano e dormivano tutto il giorno?).

Non sono qui per autocelebrarmi, ma per farti capire che la mia storia è molto simile a quella di tanti altri ragazzi che sono stufi di ascoltare le parole di gente che non sa neanche che significa lavorare. Gente che ci definisce “bamboccioni”, ma non alza una virgola per farci rimanere in Italia (ho molti amici che se ne sono andati o se ne stanno andando in altri Paesi come Gran Bretagna e Germania). Gente che ci dice di essere meno “choosy”, ma non fa nulla per aiutare fiscalmente le aziende italiane, quelle poche che rimangono, ad assumerci o a credere in noi come collaboratori.

Io ho tanta sicurezza e grinta, ma capisco che ci sono persone con meno autostima della mia che all’ennesimo tentativo di ricerca si buttano giù, ma non perché siano svogliate, semplicemente guardano con i loro occhi una realtà che non crede in loro.

L’Italia crede in noi?

Vedi, anche tu, con il trasferimento della sede legale di Fiat ad Amsterdam e quella fiscale a Londra, mi stai rispondendo di no, che non crede in noi.

Perdonami, cosa ne posso capire io di grandi aziende come la tua? Cosa ne può capire una ragazza semplice di provincia che ha il fidanzato con un contratto a tempo indeterminato (faccio fatica a scriverlo perché ancora non mi pare vero) in un’azienda che tu hai definito “nana” e forma i giovani del territorio sostituendosi alle scuole di specializzazione che stanno scomparendo? (Amministrazioni locali della provincia di Fermo, mi leggete, spero).

Eh no, noi giovani svogliati cosa possiamo capire delle grandi manovre che ogni giorno ti trovi a dover fronteggiare?

Come possiamo comprendere la vita di uno che si trova un impero sotto il suo bel fondoschiena senza dover sudare?

Che ne sappiamo di un’azienda che se ne va dall’Italia quando siamo noi i primi ad essere assunti e collaborare con aziende che, invece, investono tutto in questo Paese?

Caro John, io dico che dovresti informarti di più prima di fare di tutta l’erba un fascio di nullafacenti e sdraiati (come li definisce Michele Serra nella sua ultima fatica letteraria): vai a fare la spesa nei supermercati di quartiere ogni tanto, mettiti in fila all’ufficio postale o in banca, leggi i giornali (non solo quelli che piacciono a te, troppo comodo), fatti una cultura sui blog che parlano di attualità e di quello che sta avvenendo in Italia mentre voi grandi imprenditori siete impegnati a lanciarvi frecciatine a destra e a manca.

Ah, dimenticavo: vieni a farti una passeggiata tra le manovie di qualche calzaturificio che ancora resiste dalle mie parti, ascolta ciò che dice la gente e quanta difficoltà hanno le mamme a vedere figli che o se ne vanno o rimangono, ma fanno una fatica immane per riuscire a mantenersi senza la speranza di mettere da parte qualcosa perché a fine mese ci si arriva a malapena.

Vedrai che la prossima volta ci penserai due volte prima di darci degli “svogliati” e ti metterai nei panni di chi non ha avuto la tua stessa fortuna.

Tanti cari auguri di tornare presto ad investire in Italia, John.

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photo via Photopin