Da domani entrerà in vigore in Italia la legge sul divorzio breve, approvata dal Parlamento lo scorso 22 aprile.

Il provvedimento riguarderà non solo i nuovi procedimenti, ma anche quelli già in corso, circa 220mila, con una ricaduta potenzialmente allarmante per il personale dei tribunali civili già oberati di lavoro.

Non ci sono dubbi però sull’utilità della rivoluzione del divorzio breve per tutti le coppie in attesa di porre fine al proprio matrimonio: i tempi d’attesa infatti verranno ridotti in modo massiccio anche solo per quanto riguarda il periodo minimo di separazione dei coniugi, che passa dai 3 anni previsti in precedenza ai 6 mesi attuali, in caso di consensualità della decisione, mentre ci vorrà un anno per il giudizio di tipo contenzioso.

Velocizzazione anche per quanto riguarda l’annoso problema della comunione dei beni tra coniugi, che nel caso di separazione personale avverrà direttamente nel momento del rilascio dell’autorizzazione a vivere separati da parte del tribunale, mentre per la versione consensuale il tutto avviene tramite sottoscrizione verbale davanti al presidente del tribunale.

Il presidente dell’associazione avvocati matrimonialisti italiani Gian Ettore Gassani parla di rivoluzione copernicana, auspicando un ulteriore passo avanti che possa infine arrivare al divorzio diretto, come avviene già in alcune parti dell’Europa. “È un primo passo verso una riforma più radicale, con cui la separazione potrebbe diventare facoltativa e non obbligatoria per divorziare.”

A destare qualche perplessità sul divorzio breve (o meglio, sulla sua effettiva applicazione immediata) è però la possibilità di poter davvero rispettare le tempistiche ormai accorciatesi, a causa della grande molo di lavoro cui si accennava in apertura. Giassani parla di un’oscillazione tra i 50mila e i 300mila provvedimenti, derivante dal fatto che non tutte le separazioni in Italia si trasformano in divorzi (circa una sua due).

Secondo l’avvocato quello dei 12 mesi per le separazione è “uno slogan inapplicabile” a causa della lentezza e delle difficoltà che incontrano i procedimenti civili italiani. Oltre ai benefici di tipo psicologico e sociale, l’Italia con il divorzio breve vedrà anche un deciso stop al fenomeno delle richieste di residenza all’estero a tale scopo: secondo le normative dell’Unione Europea, infatti, dopo 6 mesi di residenza in un altro Paese è possibile chiedere al tribunale locale di dirimere le controversie civili. Da oggi non ce ne sarà più bisogno.