Una volta lo chiamavano assalto alla diligenza. Era il modo per definire i tentativi, spesso riusciti, da parte dei parlamentari d’infilare nelle leggi di bilancio articoli e commi incomprensibili il cui unico scopo era dirigere denaro pubblico verso gli amici e gli amici degli amici.

Oggi i soldi sono praticamente finiti, ma il vizio non è scomparso. Nell’esame al Senato (foto by InfoPhoto) del decreto chiamato “salva Roma” è stato infilato, come sempre, di tutto. L’obiettivo formale del Governo di Enrico Letta era intervenire sulla mostruosa esposizione debitoria del Comune di Roma, 864 milioni. Quale occasione migliore per quelli che oggi si chiamano lobbies e una volta clientele?

Per l’ennesima volta abbiamo la prova che in Parlamento non ne vogliono sapere di tagliare sul serio la spesa pubblica, soprattutto negli enti locali. I senatori hanno infilato in questa legge un milione di euro per restaurare il municipio di Sciacca; mezzo milione per la torre anticorsara a Porto Palo; mezzo milione per il Comune di Pietrelcina, quello di padre Pio; 20 milioni per coprire i debiti del trasporto pubblico in Calabria; 23 per i trasporti nella Valle d’Aosta; 25 milioni destinati a Brindisi, cioè la stessa cifra accantonata per l’Expo 2015 di Milano. E molto altro ancora, come la faccenda degli affitti d’oro dei palazzi della politica.

Nel frattempo la Camera ha convertito il decreto nella tarda serata del 23 dicembre, votando la fiducia al Governo. Ma ora il testo torna al Senato.

Tassa e spendi: è l’unica, vera filosofia che guida la politica.