La sua ultima esibizione è stata in onore di Roberto Saviano in un concerto contro la camorra. Si chiamava Miriam Makeba, ma tutti la conoscevano anche come Mama Afrika. E’ a lei che Big G. oggi dedica un semplice doodle molto significativo: uno “scarabocchio” dalla forte valenza sociale, che inneggia a un simbolo della lotta all’apartheid. Una donna che ha pagato sulla sua pelle l’esclusione, l’allontanamento, l’esilio forzato lontano dall’amato Sudafrica.

Una donna di colore molto somigliante a Miriam, vestita con il tipico abito africano: una stola con dei disegni geometrici ed il turbante in testa, un microfono in mano e uno sguardo intenso e assorto nella musica. A far da sfondo la scritta Google in caratteri tribali come i disegni che la contornano colorati con diverse tonalità di rosso e marrone, a ricordare le sfumature della terra africana.

Miriam nasce il 4 marzo del 1932, inizia a cantare a livello professionistico negli anni ’50, con il gruppo dei Manhattan Brothers e presto arriva un notevole successo che si traduce, però, nell’esilio imposto dal governo di Pretoria dopo il primo tour negli Stati Uniti. Non potevano tollerare, infatti, che fosse diventata il simbolo di un popolo oppresso. Resterà lontana dal suo paese per ben trent’anni, una sofferenza enorme per lei, così legata alla propria terra.

Nel 1960 partecipa al documentario anti-apartheid “Come Back, Africa” e viene invitata al Festival del cinema di Venezia; una volta arrivata in Europa decide di non rimpatriare. Nel 1963 porta la propria testimonianza al comitato contro l’apartheid delle Nazioni Unite. Il governo sudafricano risponde bandendo i dischi di Miriam Makeba e condannandola all’esilio.

Nel 1968 sposa l’attivista per i diritti civili Stokely Carmichael; l’evento genera controversie negli Stati Uniti, e i suoi contratti discografici vengono annullati. Solo nel 1990 Nelson Mandela convince la Makeba a rientrare in Sudafrica. Nel 1992 recita nel film “Sarafina! Il profumo della libertà”, ispirato alle sommosse di Soweto del 1976, nel ruolo della madre della protagonista. Nel 2002 prend parte anche al documentario “Amandla!: A Revolution in Four-Part Harmony”, ancora sull’apartheid. Nel 2001 riceve la Medaglia Otto Hahn per la Pace.

Nel 2005, ormai malferma in salute (per l’aggravarsi dell’artrite reumatoide che le era stata diagnosticata in gioventù) si dedica a un tour mondiale di addio alle scene, cantando in tutti i paesi che aveva visitato nella sua carriera. Muore nella notte fra il 9 e il 10 novembre 2008 per un attacco cardiaco a Castel Volturno.