E’ morto all’età di 83 anni il boss di Cosa Nostra Bernardo Provenzano, malato da tempo, che venne arrestato l’11 aprile 2006 in una masseria di Corleone, nel palermitano, a poca distanza dall’abitazione dei suoi familiari. La sua latitanza era durata ben 43 anni (era ricercato dal 10 settembre 1963, ndr) e Provenzano era considerato il capo di Cosa Nostra: è stato ammanettato, infatti, dai poliziotti della Squadra Mobile di Palermo e dagli agenti della Sco. In precedenza era stato condannato in contumacia a tre ergastoli.

Bernardo Provenzano aveva 83 anni

Si trovava detenuto al carcere di Parma in regime di 41 bis ed è deceduto all’ospedale San Paolo di Milano: da anni, infatti, Bernardo Provenzano (classe 1933, originario di Corleone) soffriva di un cancro alla vescica. Dal penitenziario avrebbe tentato più volte di comunicare con l’esterno. Detto Binnu u’ Tratturi, Zu Binnu e Il ragioniere, inizialmente si era dedicato a piccoli reati, dal furto di bestiame a quello di generi alimentari. Poi si legò al mafioso Luciano Liggio che lo fece avvicinare alla cosa mafiosa locale. Da lì cominciò la sua attività in Cosa Nostra: passò in poco tempo dalla macellazione clandestina di bestiame ad un conflitto a fuoco contro i mafiosi rivali. Nel ’63 è arrivata la prima denuncia per omicidio: Provenzano era stato accusato di aver ucciso Francesco Paolo Streva ma anche di associazione a delinquere e porto abusivo di armi. In quel momento cominciò la sua lunga latitanza: dal 10 settembre 1963 all’11 aprile 2006.

Secondo le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, avrebbe partecipato alla “strage di viale Lazio” del 1969; nel ’74 con Riina venne messo a capo della famiglia di Corleone subito dopo l’arresto di Liggio. Nell’81 scatenò la “seconda guerra di mafia” nella quale vennero eliminati tutti i boss rivali. Poi avrebbe partecipato alle decisioni e all’organizzazione di numerosi omicidi come esponente influente del mandamento di Corleone. Fu lo stesso Provenzano, poi, ad avviare la “strategia della sommersione” perché voleva rendere Cosa Nostra invisibile dopo gli attentati del ’92-’93 limitando, di fatto, gli omicidi.

I militari riuscirono ad arrestarlo nel 2006 grazie all’intercettazione dei “pizzini”, ovvero piccoli biglietti con i quali il boss comunicava con la famiglia e con il clan. L’uomo si rifugiava in un casolare con un semplice letto, cucina, frigo, bagno, una stufa e una macchina da scrivere per i pizzini.