Con il termine ebefrenia (dal greco hḗbē = ‘giovinezza’ e -frenia) si indica una particolare forma di schizofrenia, propria dell’età giovanile, che è solita degenerare rapidamente in demenza. La parola è stata di fatti coniata nel 1871 (da K. L. Kahlbaum e Becker) al fine di identificare una delle tre forme cliniche nelle quali viene divisa la demenza precoce: ebefrenica, paranoide e catatonica.

La malattia, conosciuta anche con il nome di psicosi della giovinezza, esordisce solitamente durante la pubertà, caratterizzata da stati ansioso-depressivi, svogliatezza, irritabilità e comportamenti bizzarri. Il quadro tende tuttavia ad aggravarsi rapidamente, con momenti d’euforia che si alternano a notevoli cali dell’umore; dissociazione ideativa; assenza di valide relazioni interpersonali; apatia; scatti impulsivi; indifferenza affettiva; distacco dall’ambiente e comparsa di deliri, episodi allucinatori (soprattutto uditivi) e demenza. Caratteristica peculiare dell’ebefrenia è infatti l’evoluzione verso un rapido deterioramento globale della personalità. Talvolta si assiste a remissioni temporanee anche di lunga durata, tuttavia generalmente il quadro clinico si fa sempre più variegato con il passare del tempo, fino a che il malato non diviene completamente estraneo alla vita reale. Più raramente, i sintomi subiscono invece una regressione ed il soggetto riesce a mantenere discrete relazioni con il tessuto sociale che lo circonda. Le forme attenuate dell’ebefrenia sono dette sindromi eboidi.