Il termine ebere (o èbere) costituisce un verbo intransitivo, la cui etimologia deriva dalla forma latina “hebēre”, ovvero “essere smussato, ottuso” (in senso fisico e morale). Il verbo si trova adoperato solo nella forma “ebe”, alla terza persona singolare del presente indicativo ed il suo significato proprio può essere reso con “essere ottuso”, ma anche, in senso figurato o poetico, indebolirsi, essere debole di mente, ottundersi, languire, infiacchirsi, infingardire, impoltronire, divenir poltrone, essere inattivo, stare in ozio, cedere, venir meno e così via.

Esempio di utilizzo del verbo sono costituiti dalle frasi: “Poi vidi un grande con atti soavi, e, se non che ‘l suo lume all’ estremo ebe, forse era il primo, e certo fu fra noi qual Bacco, Alcide, Epaminonda a Tebe: ma ‘l peggio è viver troppo!” (Petrarca, Triumphus Fame, I) e “La spada di Medoro anco non ebe; ma si sdegna ferir l’ ignobil plebe.” (Ariosto, Orlando furioso); “L’ umana mente sè stessa conduce! E lasciata, oimè, la propria luce, Nelle tenebre va, dove ebe e muore” (S. Boezio, La consolazione della filosofia); “E ’l villan meco impoltronisce e ebe” (M. Buonarroti, Satire).

Come si può desumere dagli esempi, il verbo ebere costituisce tuttavia una forma arcaica, oggi per lo più caduta in disuso o adoperata quasi esclusivamente nei componimenti poetici.