Sono 17 le persone che sono state messe in isolamento per una possibile contaminazione dopo essere entrate in contatto con l’infermiere di Emergency risultato positivo al test dell’ebola dopo essere tornato dalla Sierra Leone.

A famigliari, tecnici, membri del 118 si aggiungono i medici e il personale di laboratorio che ha assistito il cooperante di 37 anni durante la sua degenza a Sassari. Per ora non è stato confermato nessun caso di contagio effettivo da ebola, e gli esperti assicurano trattarsi di un’eventualità molto remota.

Le misure precauzionali prevedono però l’isolamento: i tre famigliari dell’infermiere ricoverato allo Spallanzani di Roma, le cui condizioni sono stazionarie, sono in quarantena, mentre i rimanenti 14 casi si sono assoggettate a uno stato di autoconfinamento.

La polemica però ha coinvolto l’istituto sanitario della città, la Asl n.1 di via Monte Grappa, ed è in corso un’inchiesta interna ordinata dal commissario Agostino Sussarellu. Le autorità infatti vogliono rendersi conto dell’effettivo rispetto delle misure di sicurezza approntate per queste eventualità.

Sotto esame le diverse fasi della degenza dell’infermiere di Emergency che ha contratto l’ebola: non solo il trasporto in aereo, ma anche l’invio dei campioni di sangue e le conseguenti analisi in laboratorio. Per ora sono già state alcune criticità, denunciate anche dal sindacato autonomo Fsi, tra cui quella molto importante dell’assenza di barelle di biocontenimento. Una lacuna grave per Sassari, uno dei centri di emergenza per le malattie infettive in Sardegna (l’altro si trova a Cagliari).

Nicola Sanna, sindaco della città, difende però l’operato dei dipendenti statali e chiede di non propagare allarmismi inutili: “Siamo stati protagonisti per la prima volta del primo caso di Ebola registrato sul territorio nazionale ed europeo che è stato gestito professionalmente e senza rischio, attraverso l’adozione dei protocolli necessari da parte delle Unità di crisi regionale e locale. Ritengo sia necessario utilizzare cautela e non scatenare panico su eventuali rischi di contagio perché spesso gli allarmismi fanno più danno del vero pericolo“.