Non per tutti il virus Ebola potrebbe rappresentare una minaccia. È quando dimostra una ricerca condotta dal Dipartimento di Microbiologia dell’Università di Washington, pubblicata sulla rivista Science. Stando ai dati raccolti in un laboratorio di massima sicurezza del Montana, la mortalità dell’infezione potrebbe essere legata alla genetica: alcuni soggetti dimostrerebbero una sorta di immunità naturale, mentre altri svilupperebbero dei sintomi decisamente blandi.

Sebbene sia ancora prematuro trasferire i risultati rilevati all’uomo, lo studio condotto sui ratti si è rivelato decisamente promettente. Analizzando un gruppo di topi contagiati da Ebola, infatti, i ricercatori hanno scoperto come siano le naturali variazioni genetiche dell’organismo ad aumentare o diminuire le chances di sviluppare la patologia. Nonostante la mortalità rimanga ancora molto alta, oltre il 50% del campione, scoprire queste discriminanti genetiche potrà permettere in futuro di elaborare piani di contenzione più efficaci.

Di tutti i topi analizzati, una cavia su nove ha presentato una resistenza parziale o totale al virus. Alcuni esemplari si sono mostrati completamente asintomatici, altri hanno invece sviluppato segni di media entità. Tutti i ratti hanno subito una diminuzione importante del loro peso a pochi giorni dal contagio, mentre oltre il 50% del campione è deceduto a causa delle complicazioni emorragiche tipiche dell’infezione. Michel Katze, coautore dello studio, ha così commentato la scoperta:

I nostri dati suggeriscono come i fattori genetici giochino un ruolo significativo nelle conseguenze della malattia. Spero che i ricercatori medici possano rapidamente applicare queste scoperte a terapie e vaccini.

L’attuale epidemia di Ebola, cominciata lo scorso febbraio in Guinea, ha causato 4.922 morti su 13.703 casi totali accertati, quasi interamente concentrati nelle zone dell’Africa Occidentale come Liberia, Sierra Leone e Nigeria. Il contagio avviene unicamente con il contatto diretto con i fluidi corporei di pazienti che hanno già sviluppato i sintomi, per questo l’arma più efficace per limitarne la propagazione è l’isolamento dei soggetti infetti. In Italia, così come nel resto di Europa, al momento non si segnalano situazioni di grave rischio.

Fonte: Telegraph

Immagine: Microscopio in laboratorio via PixaBay