Ricorre oggi, 23 gennaio, il 70° anniversario della morte di Edvard Munch, uno dei primi e più significativi esponenti della pittura espressionista europea.

Nato a Loten-Oslo (Norvegia) nel 1863,  muove i suoi primi passi ad Oslo, città estranea ai grandi circuiti artistici che in quegli anni gravitavano sulle capitali del centro Europa, prima su tutte Parigi. Nonostante il difficile esordio, nella pittura di Munch troviamo anticipati tutti i grandi temi del successivo espressionismo: dall’angoscia esistenziale alla crisi dei valori etici e religiosi, dalla solitudine umana all’incombere della morte, dalla incertezza del futuro alla disumanizzazione di una società borghese e militarista. Del resto la sua vita costellata da gravi lutti lo mette presto di fronte ad precoce contatto con il dolore che segnerà profondamente il suo spirito. Inizia a studiare pittura a diciasette anni, nel 1880 e dopo un primo soggiorno a Parigi, dove ha modo di conoscere la pittura impressionista, il suo genio viene apprezzato e riconosciuto dai giovani pittori delle avanguardie. Prende quindi ad esporre nelle loro mostre, compresa la celebre Secessione di Vienna del 1899. Dalle opere di Munch iniziano ad emergere paura, solitudine, malattia e malinconia; tormenti che non l’abbandoneranno mai, anche se ebbe a dire “la mia pittura, è in realtà un esame di coscienza e un tentativo di comprendere i miei rapporti con l’esistenza. E’ dunque una forma d’egoismo, ma spero sempre di riuscire, grazie ad essa, ad aiutare gli altri a vedere chiaro“. Il secondo soggiorno a parigino (dal1889 al 1892), è decisivo per la sua evoluzione, ha infatti modo di venire in contatto con l’arte di Pissarro, Raffaelli, Van Gogh, Seurat, Signac, Toulouse-Lautrec e infine Gauguin, dal quale riceve incoraggiamento per le tecniche dell’incisione su legno e della litografia, che gli permetteranno, a partire dal 1895-96, di creare alcune delle migliori opere dell’arte grafica. Nel 1893 nasce “Il grido”, oggi considerato uno dei manifesti dell’espressionismo: le linee curve che invadono la tela esprimono direttamente l’angoscia di vivere, in violento contrasto formale con le linee rigide del parapetto. Come Gauguin, anche Edvard Munch respinge l’arte come puro piacere estetico e rifiuta di realizzare ciò che definisce «piccole tele con la cornice dorata destinate a ornare le pareti delle case borghesi». Per lui la pittura è un esercizio metafisico e morale, tanto che nel 1889 scrive nel suo diario: «Non si possono ritrarre eternamente  donne che lavorano a maglia e uomini intenti alla lettura; voglio rappresentare esseri che respirano, provano sentimenti, amano e soffrono. Lo spettatore deve prendere coscienza di ciò che di sacro vi è in loro, per poi scoprirsi il capo davanti a essi come fosse in chiesa». A differenza di Gauguin, per il quale la dimensione del mito è radicalmente superiore a quella della storia, Edvard Munch pone il dolore al centro delle proprie riflessioni, concentrandosi sul tema della quasi-impossibilità di vivere, su cui si fonderà l’espressionismo tedesco. Nel 1892, ha luogo l’incontro decisivo dell’artista con la Germania. In occasione della sua prima mostra berlinese espone “Fregio della vita” che provoca uno scandalo tale da far chiudere i battenti all’intera esposizione. Munch si stabilirà quindi a Berlino, dove diventa amico del drammaturgo svedese Strindberg, del critico austriaco Julius Meier-Grafe e dell’esteta polacco Stans E aw Przybyszewski.

Nel 1908 viene colto da disturbi psichici e dopo otto mesi trascorsi nella clinica del dottor Jacobson, a Copenaghen, guarito dalla malattia torna definitivamente a vivere in Norvegia. Nel 1937 il regime nazista giudica ottantadue delle sue opere, “arte degenerata” e le rimuove dai musei. Morirà a Ekely-Oslo nel 1944. Oggi è riconosciuto come il più importante artista norvegese e viene annoverato tra le grandi personalità che segnarono la svolta decisiva dell’arte moderna tra la fine del XIX secolo e gli inizi del XX.

Al suo genio è dedicata la straordinaria mostra ospitata dal Palazzo Ducale di Genova e visitabile fino al prossimo 27 aprile.