Precipita sempre di più la situazione egiziana, i morti negli scontri tra le fazioni pro e contro Morsi sono arrivati a quota 17 nella notte, e di certo il discorso con cui il presidente egiziano Mohammed Morsi ha cercato di spiegare le sue ragioni, ammettendo anche alcune sue colpe nella gestione, dicendo che avrebbe difeso la sua legittimità con “la sua stessa vita” non hanno aiutato, anzi.

Presentatosi davanti alle Tv di Stato per ribadire il suo “no” alla richiesta di dimissioni, dopo che il Dipartimento di Stato USA lo aveva decisamente abbandonato con un comunicato successivo ad una telefonata con Obama, il presidente Morsi ha cercato di difendersi dichiarando: “Le elezioni egiziane sono state libere e rappresentative della volontà popolare, sono primo leader egiziano ad essere stato eletto democraticamente”.  Accusando il vecchio regime, ieri l’ex reggente Hosni Mubarak ha fatto sapere che Morsi farebbe bene a dimettersi per salvare delle vite, “La corruzione e altre sfide ereditate dal vecchio regime, rimangono, ci vuole tempo per risolverle” ha aggiunto Morsi.

Durante tutto il suo intervento nel quale ha continuato a ripetere la parola “legittimità” ricordando che il suo lavoro è la conseguenza “della sola legittimità conferitagli dalla Costituzione”,  legittimità, che costituisce “l’unica garanzia” possibile contro il divampare di un “conflitto intestino”, ormai ad un passo dalla guerra civile.

Morsi ha denunciato la corruzione dilagante nello stato come non colpa sua ma residui del vecchio regime, e che per combatterla occorre tempo.

Il presidente con il suo discorso si è rivolto direttamente alle opposizioni, sempre più numerosa in piazza Tahrir, alle potenze estere ma anche all’esercito che nella giornata di ieri gli ha concesso un ultimatum di 48 ore per risolvere la crisi, anche se come annunciato dalla rete araba al Arabiya il generale al Sisi avrebbe chiesto esplicitamente a Morsi di cedere il potere per salvare delle vite che si sarebbero perse negli scontri tra l’opposizione e i suoi sostenitori in caso di una sua resistenza ad oltranza (proprio come richiesto dall’ex presidente Mubarak).

Le conseguenze del “debole” discorso difensivo di Morsi sono state quelle di rafforzare le opposizioni, far prendere più posizione all’esercito tanto che nella notte era giunta voce da fonti israeliane di un dispiegamento di mezzi e soldati in postazioni chiave dello stato (sintomo di completo controllo militare) e possibile esilio del presidente in Iran, il Consiglio Supremo delle Forze Armate egiziane ha fatto sapere di “essere pronti a morire e sciogliere il Parlamento per salvare l’Egitto” ma anche del quasi intero gabinetto di governo che ha respinto il discorso del presidente rinnegandolo, il premier Hisham Qandil ha rimesso il mandato, con l’obiettivo dichiarato di “contribuire ad allentare la crisi in atto”.

Insomma fedeli a Morsi sembra che siano rimasti i fratelli musulmani e pochi altri sostenitori, dagli stati stranieri nessuna voce in sua difesa.

La conclusione della situazione sembra chiara, i militari egiziani avrebbero avuto l’avallo di Washington, con il capo di Stato maggiore della Difesa Usa, generale Martin Dempsey, che avrebbe parlato con il suo omologo egiziano, il generale Abdel Fattah al-Sisi, prima che questi ponesse l’ultimatum a Morsi.

Resta solo da vedere quante altre vittime costerà la seconda “transizione”.