A poche ore dall’apertura delle urne i partiti cercano di far leva sulle questioni più sensibili  e  la scuola entra prepotentemente nell’agenda politica poichè lo “sviluppo economico e civile di un Paese richiede politiche pubbliche di istruzione e formazione”, come ha evidenziato anche il Presidente Napolitano. Sicuramente molto bello è sentir dire che la spesa sull’istruzione sarà portata al 6% del PIL, o che verranno destinati alla scuola otto miliardi di euro in tre anni… ma cerchiamo di capire un po’ più nel dettaglio cosa promettono i vari partiti in corsa per il settore scuola e istruzione. Le parole chiave? Autonomia delle istituzioni scolastiche, reclutamento e formazione dei dirigenti, valutazione dei docenti e dei dirigenti, orario dei docenti, sostegno, edilizia , sicurezza e tagli.

Se il premier uscente Mario Monti nella sua “Agenda per un impegno comune” parla di qualità, merito e inversione di rotta, promettendo generici “investimenti nell’istruzione” e un “piano di investimento in capitale umano”, puntando ad un modello organizzativo di “autonomia e responsabilità”; il leader del PD Pierluigi Bersani il cui slogan elettorale è “L’Italia giusta”, parla di un’Italia in cui le politiche per l’istruzione e la ricerca devono avere il primato a fronte di alte percentuali di abbandono scolastico, flessione delle iscrizioni alle università, sfiducia dei ricercatori e demotivazione del corpo docente; Bersani auspica una vera e propria società della formazione, “un settore per il quale è giusto che altri ambiti rinuncino a qualcosa nei prossimi anni”.

Sintetico e schematico il programma del movimento 5 stelle prevede l’abolizione della legge Gelmini  e la diffusione obbligatoria di Internet nelle scuole, la graduale abolizione dei libri di scuola stampati, e quindi la loro gratuità, con l’accessibilità via Internet in formato digitale, l’insegnamento obbligatorio della lingua inglese dall’asilo, l’abolizione del valore legale dei titoli di studio, risorse finanziarie dello Stato erogate solo alla scuola pubblica, valutazione dei docenti universitari da parte degli studenti, insegnamento gratuito della lingua italiana per gli stranieri e l’integrazione Università/Aziende.

Per Rivoluzione civile parole d’ordine sono legalità, alternativa e società civile. “Vogliamo – si legge sul sito – una scuola pubblica che valorizzi gli insegnanti e gli studenti con l’università e la ricerca scientifica pubbliche non sottoposte al potere economico dei privati”.

Per la neonata formazione politica di centro-destra Fratelli d’Italia (Meloni-Crosetto-La Russa) è il tredicesimo punto del programma (“Costruire il futuro partendo da scuola e università”) ad essere dedicato alla scuola. Anche in questo caso si esordisce invocando un ripensamento del sistema educativo che ridia alla scuola un ruolo centrale. Si propone poi un ripensamento degli investimenti pubblici. “Immaginiamo gli istituti scolastici – si legge nel programma – come poli culturali e aggregativi per il territorio in cui sono inseriti, aperti anche oltre l’orario didattico”. Si auspica poi una riduzione dei tempi di ottenimento dei titoli professionali e si propone un rafforzamento del “legame tra sistema formativo e imprese”; si sottolinea  l’urgenza del “problema della sicurezza di tutte le strutture scolastiche” che va risolto “rendendo immediatamente disponibili i fondi destinati all’edilizia scolastica già stanziati e non ancora spesi ed escludendoli dal patto di stabilità”.

La coalizione del centro-sinistra Italia Bene Comune dedica alla scuola il paragrafo intitolato “Sapere” della sua carta d’intenti dove sottolinea il preoccupante abbandono scolastico e la demotivazione del corpo insegnante. “Conviene – si legge nel documento – partire da un principio: nei prossimi anni, se vi è un settore per il quale è giusto che altri ambiti rinuncino a qualcosa, è quello della ricerca e della formazione”. Occorre quindi, anche secondo il centro-sinistra, avviare un’opera di ricostruzione vera e propria.

Anche per Fid è necessario “rifondare il sistema educativo”. Parole d’ordine: razionalizzare la spesa e liberalizzare. E a scuola e università è dedicato il nono punto. “Occorre – è scritto – ridare alla scuola e all’università il ruolo, perso da tempo, di volani dell’emancipazione socio-economica delle nuove generazioni”. Non spendere meno ma meglio: “prima di aggiungere benzina nel motore di una macchina che non funziona, occorre farla funzionare bene. (…) Vanno pertanto introdotti cambiamenti sistemici: la concorrenza fra istituzioni scolastiche e la selezione meritocratica di docenti e studenti devono trasformarsi nelle linee guida di un rinnovato sistema educativo. Va abolito il valore legale del titolo di studio”.

Mentre il PDL propone il raddoppiamento della detassazione degli utili reinvestiti in ricerca; l’autonomia delle scuole nella scelta degli insegnanti, negli organici e nella gestione efficiente dell’offerta scolastica e formativa; e l’avvio e sviluppo dell’agenda digitale nella scuola.

Tante le parole spese , ma  l’esperienza  induce ad esser  cauti, il confronto vero comincerà quando il tempo delle promesse lascerà il passo a quello delle scelte. Solo allora sapremo quale sorte subirà l’istituzione incaricata di formare le nuove generazioni, quelle che faranno l’Italia di domani, quelle che dovranno confrontarsi con la pesante eredità che  gli stiamo noi, oggi, confezionando.