Ancora pochi giorni e la campagna elettorale, con il suo caravanserraglio di polemiche, promesse, accuse e battibecchi, ci darà tregua, per ricominciare, già, lunedì prossimo con il tamburo battente del post-elezioni. Un tormento senza fine che non ha risparmiato, neppure, i nostri connazionali emigrati all’estero in cerca di miglior fortuna. Pare, infatti, che ogni anno 40.000 italiani lascino l’amata/odiata penisola per ogni dove, a caccia di una seconda chance. Degli oltre 4 milioni di italiani iscritti all’AIRE (Anagrafe degli italiani residenti all’estero), a cui si accede dopo il 12esimo mese che si risiede in uno Stato straniero e si è rinunciato al medico di base in Italia, circa 3/3,5 milioni hanno diritto al voto per le politiche del 24/25 febbraio e circa 200 sono candidati per 18 seggi a loro riservati, tra Camera e Senato.

Ma ha senso far votare gli italiani all’estero? E soprattutto quanto conta il loro voto?

La maggior parte degli immigrati italiani vive tra gli Stati Uniti, il Sudamerica, la Germania, la Svizzera, la Francia, il Belgio e la Gran Bretagna. Molti di coloro che si sono candidati, soprattutto i sudamericani, non sono nemmeno nati in Italia, forse non l’hanno mai vista da vicino. Nell’era dell’informazione globale, soprattutto grazie alla rete, ci si può tenere aggiornati su ogni avvenimento ai 4 angoli del mondo; inoltre, gli italiani all’estero possono contare su 500 radio, 300 televisioni e 470 giornali in lingua italiana che, sicuramente, non mancheranno di analizzare tutto quello che accade lungo lo stivale ma basta essere informati, da lontano, per decidere del destino di milioni di milioni di persone a migliaia di chilometri di distanza?

Il diritto al voto degli italiani all’estero è sancito dell’articolo 48 della Costituzione, che al comma 3 recita: “La legge stabilisce requisiti e modalità per l’esercizio del diritto di voto dei cittadini residenti all’estero e ne assicura l’effettività. A tal fine è istruita una circoscrizione Estero per l’elezione delle Camere, alla quale sono assegnati seggi nel numero stabilito da norma costituzionale e secondo criteri determinati dalla legge”.

In dettaglio, sono 12 per la Camera dei deputati e 6 per il Senato, ripartiti in 4 circoscrizioni estere: 5 deputati e 2 senatori per l’Europa (che comprende i territori asiatici della Federazione russa e della Turchia), 4 deputati e 2 senatori per il Sudamerica, 2 deputati e 1 senatore per il Nordamerica e 1 deputato e 1 senatore per Africa-Oceania-Asia-Antartide. In teoria, il loro potere elettorale ha un’incidenza pari al 7% su quello dell’intera popolazione residente in Italia ma, la cronaca politica recente ci ha dimostrato che vale molto di più.

Il 10 aprile 2006, la coalizione guidata da Romano Prodi vince le elezioni alla Camera, con uno scarto di 25.000 voti ma al Senato la differenza la fanno gli eletti all’estero che garantiscono la maggioranza all’Unione.

Il 24 gennaio 2008, il senatore Luigi Pallaro, residente a Buenos Aires contribuisce alla caduta del medesimo governo. Equilibri delicati e precari, spesso in mano a cavalieri senza regno, impegnati in un programma a favore degli anziani loro coetanei, ex miss, vallette, attrici, politici frustrati nelle loro ambizioni in patria, imprenditori in odore di mafia, attori di telenovelas e prezzemolini, come si nota scorrendo l’infinita lista dei candidati esteri di queste politiche, desiderosi di provare una nuova esperienza o di assicurarsi un posto al sole. Qualcuno potrebbe obiettare che, nelle liste elettorali in Italia, la situazione non è diversa.

Non tutti gli italiani all’estero, però, possono votare. Un polverone è stato sollevato dall’esercito dei 25.000 studenti Erasmus che, forse, avrebbero più diritto di tutti a votare, dato che la loro permanenza in un Paese straniero è limitata a pochi mesi e la loro residenza abituale è in Italia. Palazzo Chigi ha espresso “difficoltà insormontabili”, nonostante l’UE abbia sottolineato la vitale importanza di non discriminerà nessuno nell’esercizio del voto, “di costituzionalità nel selezionare unicamente gli studenti Erasmus -escludendo tutti gli altri soggetti che si trovano all’estero per ragioni di studio, ma senza una borsa Erasmus – come nuova categoria di elettori temporanei. La discrezionalità di scelta che eserciterebbe il Consiglio (dei ministri n.d.r.) con questa decisione contrasta con i principi di partecipazione democratica, eguaglianza ed effettività del diritto di voto previsti dalla Costituzione”.

Sarà per questo inviolabile principio di “partecipazione democratica” che le forze armate e di polizia in missione internazionale, dipendenti statali, regionali e di province autonome, professori e ricercatori universitari, tutti impegnati temporaneamente all’estero per ragioni di servizio, hanno ricevuto una deroga per esercitare il loro diritto di voto, eccezionalmente solo per queste politiche. Nel Paese delle contraddizioni, il ministro dell’Interno, Anna Maria Cancellieri, per compensazione, ha assicurato agli studenti Erasmus uno sconto del 70% sul biglietto aereo se tornano a casa per le elezioni.

Loro non ci stanno e Cristiano Lorenzi, studente pistoiese in Erasmus in Germania, ha rispedito al mittente una petizione con 16.900 firme, raccolte su change.org, per cambiare le regole e, conoscendo le lungaggini burocratiche italiane, nel frattempo, si è organizzato con la ID Technology, che ha fornito gratuitamente la piattaforma ELIGO, dove gli esclusi al voto, iscritti entro le 14.00 del 20 febbraio, all’indirizzo https://iovoto.evoting.it/registrazione, tramite il proprio account di facebook e la scannerizzazione di un documento che attesti la propria permanenza all’estero in quel momento, potranno esercitare il proprio diritto al voto, anche se simbolico, tra il 21 e il 22 febbraio. I risultati saranno resi noti dopo la chiusura delle urne italiane.

Il balletto di date non finisce qui. E’ di questi giorni la polemica sollevata dall’indomabile Beppe Grillo con il Tg1. In un post del suo accolito Matteo Salani, si rivendica la “disinformazione” proposta dal Tg della prima rete nazionale, sul cui sito sarebbe stata diffusa la falsa notizia che le operazioni di voto all’estero dovevano concludersi tassativamente, per legge, il 14 febbraio, per permettere agli elettori l’invio delle buste, contenenti le schede votate, ai Consolati di competenza, entro il termine previsto. “L’unico vincolo” tuona Salani a lettere maiuscole, “è che le schede devono arrivare in Consolato entro il 21/2 alle ore 16.00. Queste possono essere spedite per posta o consegnate a mano”. E ancora “di cosa hanno paura al Tg1? Di fare informazione corretta?”

Come spesso accade in Italia, anche le operazioni di voto all’estero sono estremamente farraginose. Nell’era del worldwideweb, 18 giorni prima della data delle elezioni in Italia, gli elettori all’estero ricevono, a casa, un plico cartaceo dal proprio Consolato, contenente il certificato elettorale, le schede, una busta piccola, una busta grande, già affrancata con stampato l’indirizzò del Consolato di competenza, le liste dei candidati e il vademecum per le operazioni di voto. Nella tranquillità della propria abitazione, in macchina, in ufficio, al supermercato, magari mentre chiacchierano al cellulare per confrontarsi su chi votare, tracciano la loro preferenza sulla scheda, la infilano nella busta piccola e la sigillano, allegano il tagliando appositamente strappato dal certificato elettorale e chiudono tutto nella busta grande che devono spedire entro i 10 giorni antecedenti la data delle elezioni in Italia.

A logica, se si va alle urne il 24/25 febbraio, le buste devono essere inviate entro il 14 febbraio. Continuando a leggere le istruzioni di voto all’estero, si apprende che “saranno considerate valide le buste pervenute al Consolato entrò le 16.00, ora locale, del giovedì antecedente la data stabilità per le votazioni in Italia”, ergo le 16.00 del 21 febbraio. Una volta raccolte tutte le buste, saranno inviate in Italia con valigia diplomatica accompagnata e consegnati all’Ufficio Centrale per la Circoscrizione Estero, presso la Corte di Appello di Roma, dove provvederanno a scrutinarle.

Il Brasile, considerato fino a ieri terzo mondo e oggi economia emergente, consente ai propri immigrati di votare solo per il presidente delle Repubblica. Gli elettori si presentano al Consolato di competenza muniti di tessera elettorale, rilasciatagli dal Tribunale Elettorale brasiliano, che viene convalidata dai funzionari. Entrano nella cabina elettorale e digitano il codice del candidato prescelto. A votazioni concluse, il Consolato raccoglie i dati e li invia, immediatamente, tramite telex, al ministero degli Esteri. Lo spoglio è automatico perché elettronico e non c’è pericolo di brogli. Il voto è obbligatorio, chi diserta deve produrre una valida giustificazione e incorre in una sanzione pecuniaria.

Nella terra dell’astensionismo (le regionali siciliane dell’ottobre scorso hanno registrato un’affluenza al di sotto del 50%), considerata uno degli 8 Paesi più industrializzati del mondo, dove si grida ai brogli a prescindere, siamo ancora all’era dei pacchi, timbriamo le schede una a una, compiliamo i verbali in duplice copia a mano, ci perdiamo in buste, bustone e bustine e candidiamo gli incandidabili, chi ci salverà? Forse, un’armata Brancaleone che viene da lontano? 

photo credit: [auro] via photopin cc