La commissione Antimafia guidata da Rosi Bindi ha vagliato i dati di oltre 3200 candidati alle elezioni comunali 2016, arrivando alla scoperta di 14 cosiddetti impresentabili. Otto tra questi sarebbero risultati tali in quanto avrebbero prodotto documenti risultati falsi a un’accurata analisi.

Ben la metà di questi candidati ineleggibili si è presentata nella circoscrizione di Battipaglia, per quanto nessuno dei 14 sia inserita nelle selezioni dei partiti ma facciano parte di liste civiche.

Continua invece il lavoro di scrematura a Roma, dove i candidati esaminati sono finora 2220: al momento sono risultati irregolari alcuni candidati presentatisi presso il sesto municipio romano, nella zona tra Tor Vergata e il Casilino.

Nonostante tutto la Bindi ha potuto affermare che si tratta di “una situazione sicuramente incoraggiante rispetto allo scorso anno”, a conferma della crescente attenzione per la qualità della classe dirigente richiesta anche dagli stessi cittadini.

Ma per la presidente dell’Antimafia, recentemente criticata da Raffaele Cantone, vi sono alcuni fenomeni poco limpidi o in ogni caso stigmatizzabili, come per esempio quello del trasformismo, “con esponenti di centrodestra e centrosinistra che spesso si mescolano nelle liste civiche“.

Ritornando alla questione mafiosa a far specie è la pervasività delle infiltrazioni, con il caso limite di un comune in cui sono stati trovati esponenti ‘ndranghetisti in tre differenti liste. I comuni maggiormente interessati dal fenomeno sono quelli di Calabria, Campania e Lazio, con un occhio di riguardo per Roma, che viene ritenuta ad altissimo rischio.

Ma non mancano neanche comuni liguri come Diano Marina o Finale Emilia, in Emilia-Romagna. In generale però i centri più al centro dell’attenzione sono quelli che sono stati sciolti per mafia oppure quelli in cui la commissione Antimafia si è già presentata nell’arco degli ultimi tre anni.

L’attenzione in ogni caso è massima, perché l’applicazione della legge Severino e il codice di auto-regolamentazione non bastano a per assicurarsi che le elezioni si svolgano senza infiltrazioni mafiose, come spiega Claudio Fava: “La fedina penale pulita è solo una precondizione, non una patente di onestà morale. Lo confermano i rapporti di polizia e delle prefetture su alcuni dei Comuni sciolti per mafia che tornano al voto: c’è il rischio che in alcuni di quei Comuni continuino a governare le cosche mafiose, attraverso un reticolo di parentele e affinità.”