Dopo tante polemiche sembra proprio che le elezioni non adotteranno il formato dei due giorni.

Ad annunciarlo è lo stesso Matteo Renzi, che in una serie di dichiarazioni smentisce seccamente di aver mai proposto un’ipotesi del genere: “Non me n’è mai fregato nulla di fare le elezioni in due giorni. Anzi, fin dalla prima Leopolda noi abbiamo sostenuto l’Election day ed eravamo contrari all’ipotesi del raddoppio”.

Non che il premier fosse contrario all’eventualità, che di sicuro avrebbe consentito un’affluenza maggiore. E anche sul versante dei costi, confida Angelino Alfano, non ci sarebbero stati gli esborsi paventati dai contrari. “È bene precisare che la spesa in più non sarebbe stata di centoventi milioni di euro, ma l’incremento sarebbe stato di circa cinque milioni di euro per le amministrative e di circa diciotto per il referendum”.

Il ddl che avrebbe fissato il giorno di domenica e lunedì è stato dunque annullato a causa delle polemiche. Tra i più contrari vi era stato Enrico Letta, al quale si deve proprio l’introduzione dell’Election Day nel 2014, che in un tweet si era detto sdegnato per lo spreco di denaro pubblico: “Tornare indietro? Voto in due giorni? Costa 120 miliardi e tutti votano in un giorno solo. Si eviti questo ulteriore sfregio”.

A causare dissidi anche la questione sul giorno specifico da dedicare al voto. Renzi ripercorre il calendario per illustrare le specifiche contestazione: “Hanno contestato la decisione del 5 giugno perché coincideva con il ponte del 2. Ma il 15 maggio, domenica scorsa, non si poteva fare perché si svolgeva la festa degli Alpini. Il 12 giugno è una festa ebraica. Abbiamo individuato il 5. Reazione delle opposizioni: ‘Vergogna. Renzi è in difficoltà nei comuni e ha paura dell’affluenza’. Ma io non ho paura…“.

A quanto sembra sarebbero però stati Parisi e Marchini, candidati di centrodestra per Milano e Roma rispettivamente, a chiedere un allungamento delle date. Una richiesta che sembra ragionevole, dal punto di vista dei costi: “Gli scrutatori mica si pagano a ore e l’organizzazione logistica costa la stessa cifra per un giorno o due. Si pagano in più solo gli straordinari delle forze dell’ordine che vigilano sui seggi“. In ogni caso sembra che un giorno o due la situazione non cambi: il governo e Renzi sono sempre al centro del fuoco dell’opposizione.

Più sfumata invece la questione del referendum costituzionale che si svolgerà a ottobre. Secondo alcuni, infatti, raddoppiare le date di giugno avrebbe consentito di fare lo stesso per la consultazione referendaria. Renzi in questo caso è sibillino, e le sue dichiarazioni potrebbero costituire una confessione a metà: “Ma noi faremo una campagna referendaria di tali dimensioni che non cambia niente se si vota solo di domenica o di domenica e lunedì. Lo vedrete. Detto questo, è chiaro che se avessimo fatto il raddoppio per le comunali sarebbe stato valido anche per il referendum. Se lo fai, lo fai sempre”.