Le politiche 2013 possono essere considerate il banco di prova per le campagne elettorali con i social media. Se per il marketing, le stesse regole valgono, più o meno, a qualsiasi latitudine, per la politica, ogni Paese ha le sue. Difficilmente, ad esempio, il modello statunitense si può adattare a quello italiano: negli Usa, gli elettori sono chiamati a scegliere tra due schieramenti, repubblicano e democratico, in Italia dobbiamo combattere con 184 liste diverse, molte senza un sito web o una pagina facebook.

A confondere l’elettorato, però, ci si mette, anche, l’approccio non esattamente agile dei nostri candidati, che non hanno ancora compreso che i social media sono piazze virtuali da gestire dal basso, costantemente e meticolosamente, rispondendo a commenti e cinguettii degli utenti e verificando il feedback delle loro dichiarazioni. Invece, si ostinano a proporsi dall’alto, traslando sul web il modo tradizionale di fare politica.

Luigi Curini e Stefano Iacus, di Voices from the Blogs, distinguono 3 gradi di approccio tra social media e politica. Dai dati in loro possesso, risulta che i social media non influenzano un forte cambiamento nelle preferenze di voto ma fanno la differenza nel convincere gli utenti ad andare a votare o a partecipare a qualche manifestazione.

In tempi di crisi e di spending review, la politica utilizza i social media come metodo di comunicazione, per abbattere i costi. E’ vero solo in apparenza, perché dietro alle pagine facebook, twitter, ad esempio, di candidati di grosso calibro ci sono stuoli di ingegneri e volontari che trasformano la comunicazione unidirezionale, vecchia scuola, quella delle dichiarazioni lanciate al pubblico che deve assorbire senza replicare, in comunicazione bidirezionale, dove l’utente commenta la frase del politico e qualcuno gli risponde. E’ un procedimento molto efficace ma molto costoso. “Bisogna leggere i testi per ascoltare le opinioni degli elettori”, espressione del sentimento di pancia sulle questioni politiche.

Ma i nostri politici non hanno questo problema: per loro è importante avere più follower del rivale. Non riescono a capire che è fondamentale trattare i social media come moderne agorà dove gli elettori dicono ciò che pensano veramente. Le opinioni vengono analizzate in tempo reale, dando, immediatamente, il trend verso cui vertono gli utenti. Per politici e istituzioni è vitale capire le reazioni dei cittadini a quello che propongono. “L’essere chiamati a rispondere delle proprie azioni è un incentivo a rafforzare la propria credibilità“.

Il 40% degli italiani usa i social media, 19 mln su mobile. Voices from the Blogs ha analizzato 3 mln di cinguettii al giorno per la campagna elettorale, 2mln di cinguettii a settimana solo per le politiche. Per sondare il cosiddetto voto popolare, bisogna aggregare le opinioni, ovvero nel volume dei commenti scritti, quanti vanno nella stessa direzione. “La velocità con cui i te ricettiamo le opinioni, permette al politico se la dichiarazione fatto in quel momento ha qualche effetto oppure no”, spiega Curini, così da correggere il tiro in diretta. “I politici italiani non hanno capito questa funzione e sono molto lontani dal buon utilizzo dei socialmedia”.

I blogger Daniele Dodaro e Diletta Sereni, di Squadrati, hanno costruito uno dei loro famosi quadrati su come partecipano gli utenti alla discussione politica sulle elezioni. I poli individuati sono informat(or)i/satirici, serietá/ironia, endorsers/trendenzialisti, attivo/passivo. La dimensione ironica è quella più gettonata, insieme a quella satirica: “producono contenuti nuovi, con una rilettura ironica” delle vicende politiche. “Molti partiti hanno assorbito i toni ironici nati dal basso”, spiegano, “come ad esempio Marxisti per Tabacci o Bersani e Renzinpresentati come i Blues Brothers”. Gli informat(or)i “sono molto attivi nello scrivere i post ma non partecipano alle discussioni”. Gli endorsers “ripropongono la dinamica offline: mettono i like, lanciano hastag, non sono attivi nei commenti ma producono consenso”. Infine, i trendenzialisti, i più numerosi, “sono i presenzialisti dei socialmedia”.

I social media devono essere bidirezionali per funzionare. Secondo Paolo Guadagni di The Visual Agency, il modello Beppe Grillo è “un’eccellenza mondiale. E’ partito nel 2005 con un tour tra politica e spettacolo, in cui parlava del blog come potente strumento di comunicazione interpersonale. Il suo, attualmente, è tra i 10 blog di politica più importanti”. “Come utilizzo di strumenti tecnologici, il suo sistema integrato di comunicazione digitale è perfetto, e non è conta inabile da altri media”. Secondo Curini, però, Grillo è cresciuto esponenzialmente “perché va nella piazze”.

Insomma, pare che gli italiani abbiano capito il valore e l’utilizzo dei socialmedia, mentre chi ci governa propone un modello mistro tra piazza virtuale e piazza reale. I social media hanno una loro grammatica che va rispettata. “Il rapporto tra social media e politica è appena iniziato ma ci sono buone possibilità”, chiosa Curini.