Si sa, non è il massimo suonarsela e cantarsela da soli. Ma in fondo ve l’avevamo detto. Era il 14 marzo scorso e con le sparate di Guido Bertolaso, nel frattempo inabissatosi dalla corsa al Campidoglio, sulla gravidanza di Giorgia Meloni e gli insulti online alla grillina Patrizia Bedori, anch’essa smaterializzata dalla corsa milanese, iniziava una delle peggiori campagne elettorali degli ultimi vent’anni. Forse di più.

Oggi Alfio Marchini, il candidato che si diceva “libero dai partiti” – ma non ha esitato un secondo ad accettare l’investitura del mai domo Silvio Berlusconi -, ha aggiunto un altro tassello alla vergognosa e caracollante parata verso il comune di Roma. “Non ho nulla contro il riconoscimento dei diritti civili, ma non è compito del Sindaco fare queste cose per cui non celebrerò unioni gay se dovessi vincere le elezioni”, ha spiegato, proprio nel giorno in cui, con tanta fatica, la Camera si accingeva a votare la fiducia (perché per i diritti serve la fiducia, in questo Paese) a quelle unioni civili mezze spuntate ma pur meglio di nulla.

Sono dunque trascorsi due mesi dal fosco avvertimento che avevamo lanciato e ogni cosa è andata come previsto. Nella Capitale si sta stancamente dipanando una competizione imbarazzante nei contenuti e nei metodi. Esattamente ciò di cui la città, stremata da anni di malgoverno e da mesi traumatici, con appalti e servizi saltati per non foraggiare la Mafia capitolina, avrebbe dovuto evitare a ogni costo. Non c’è un candidato che riesca a non sollevare raccapriccio. Non c’è dibattito nei locali e nelle piazze. Non c’è alcuna tensione competitiva. La città è come inghiottita dal suo cinismo totale. Il disincanto è assoluto e ogni cosa lascia prevedere un’affluenza imbarazzante. Che, al solito, finirà per premiare i soliti ignobili potentati locali e di quartiere. Les jeux sont faits.

Mentre rischia di saltare la candidatura di Stefano Fassina per Sinistra Italiana e Sel – ma ieri alcuni sondaggi davano il suo 5/7% quasi equamente redistribuito fra Pd e M5S, rendendo la sua défaillance sostanzialmente ininfluente – si stabilizza il roboante numero dei candidati a Palazzo Senatorio. Sono 15, tenendo nel mazzo il Fassina mutilato. Oltre ai big (scusate), in campo non manca davvero nulla: da Casapound a Italia Cristiana passando per il Codacons, Assotutela, Forza Nuova, il Popolo della Famiglia, i residui di non si sa quale Partito Comunista e il Movimento Politico Libertas. C’è anche Dario Di Francesco che si propone come “il nuovo spartaco” per guidare “la rivolta degli schiavi”. A noi viene da piangere dal nervosismo.

D’altronde, ha dell’incredibile il fatto che in una città largamente in autogestione, con i municipi senza soldi, le strade sfasciate, i trasporti indecorosi e una situazione della pulizia e della nettezza urbana degna di Calcutta, programmi e comunicazione dei principali candidati (gli altri li teniamo buoni per la recita di fine anno) non riescano a sfoggiare un minimo di concretezza. Almeno un po’.

Fra l’altro, Giachetti parla già da sconfitto (“Non so cosa farà D’Alema, ma è chiaro che un pezzo del Pd non mi appoggia. È il senso della mia candidatura: rompere con una parte del Pd e lasciarmela alle spalle”) e immagina di trasformare Ostia in Barceloneta, la Raggi ha dato il via al mese dei sogni con la funivia fra Casalotti e Battistini (fra l’altro, molte grandi città dispongono di cable-car, non ci sarebbe nulla di male se non che le priorità sono altre e scottanti) e la Meloni continua in una sorta di melina fra centro e periferie, immaginando di (s)vendere la Nuvola di Fuksas all’Eur.

Siamo, come evidente, in una specie di irrispettosa Porta Portese: la gente pretende strade pulite e sicure da percorrere con uno scooter, un po’ di legalità nella gestione del patrimonio, quartieri sistemati e trasporti decenti. Oltre a una seria politica culturale. Chi avesse un quadro chiaro e credibile su questi temi vincerebbe col 90% di consensi e affluenza. Ma lo spappolamento del voto segnalato dai sondaggi (l’ultimo ieri a Piazzapulita con Raggi al 28%, Giachetti al 22, Meloni al 20 e Marchini al 19) racconta proprio questo: al primo turno ciascun candidato prenderà i suoi voti. Anzi, molti di meno di quanto pensino in questi giorni alcuni sondaggisti assai ottimisti, ai quali evidentemente manca un po’ di suola consumata per le strade della città.

Il quadro, insomma, sarebbe farsesco se anche la farsa non avesse esaurito la pazienza dei romani. Quelli per bene, ovviamente. Sono brutti i cartelloni selvaggi delle elezioni e (per fortuna) ce ne sono molti di meno che in passato. Sono brutti i termini che vengono usati, gli slogan partoriti dalle raffinate agenzie di comunicazione, le proposte (quali?) che vengono avanzate, i quartieri che si degradano di settimana in settimana. Ma soprattutto sono tristi i mezzi candidati che i partiti – bruciati, tutti, da anni di mazzette sul corpo ferito della città – hanno spinto a forza in campo: fanno meno del minimo indispensabile in attesa dei passi falsi altrui. Sembrano aver costruito le proprie strategie sulla mediocrità altrui, puntando su una tristissima corsa al ribasso.