Se si votasse oggi per la Casa Bianca, Hillary Clinton vincerebbe di larghissima misura su Donald Trump. Addirittura, racconta l’ultimo sondaggio della Cnn, di 13 punti: il 54% dei consensi finirebbe all’ex First lady e segretario di Stato contro il 41% al tycoon newyorkese. Il problema, però, sta proprio in quella formula: “Se si votasse oggi”. Non si voterà oggi ma il prossimo 8 novembre. Mancano sei mesi nel corso dei quali può succedere di tutto. E forse, sempre che il Partito Repubblicano non tiri fuori il coniglio dal cilindro alla convention di Cleveland di fine luglio, la dinamica che di solito s’innesca nelle corse elettorali non lascia che una possibilità: The Donald può solo vincere.

Si tratta ovviamente di una provocazione dettata tuttavia dagli equilibri che si sono già visti nel corso di questi tre mesi abbondanti di caucus e primarie. L’avanzata travolgente di Trump, testimoniata l’altro giorno dai 51 delegati a zero in Indiana contro la sgangherata alleanza Cruz-Kasich (entrambi periti sul campo), di un leader antipolitico che non vede l’ora di affrontare Clinton. A sua volta non del tutto certa che le preferenze accordate al coriaceo Bernie Sanders finiscano automaticamente dalla sua parte. In fondo, anche quello al senatore del Vermont è ed è stato un voto di protesta e sostanzialmente “europeo”, legato al vento del populismo colorato di destra come di sinistra nei confronti dei personaggi individuati quali alfieri dell’establishment.

Chi, più di Hillary Clinton, rappresenta l’establishment del partito e dell’apparato governativo da oltre trent’anni? C’è da scommetterci: sarà questo il chiodo fisso del miliardario palazzinaro. Continuare senza sosta a martellare sul “noi” e “voi”. Rimarranno da capire i toni, che secondo alcuni osservatori dovranno pettinarsi un po’ (al contrario della chioma) per riuscire a conquistare l’elettorato moderato e che invece, secondo noi, confermeranno gli standard di queste settimane.

Perché la chiave della tornata di novembre, come delle primarie, sarà schiodare dal divano chi di solito non vota o addirittura non ha mai votato. Pesano quasi quanto quelli che vanno al seggio, in certe elezioni anche di più. Sapete a quanto si fermò l’affluenza nel 2012? Esatto: al 49%. È in quel mare infinito e profondissimo, costituito da fasce molto diverse fra loro che condividono la paura di perdere il proprio (spesso magro, ma non è detto) posto nella società, che Donald Trump andrà a pesca. Perfino più che nel recinto del Grand Old Party, sul quale d’altronde ha lanciato un’Opa ostile destinata alla fine a essere accettata ma certo pure a lasciare per strada fette consistenti di sostegno.

D’altronde, come ha spiegato Salon – con un certo paradosso, visto che parliamo di un candidato con un patrimonio personale stimato in 9 miliardi di dollari – questo è ciò che succede “quando fotti la classe media”. Il verbo, un po’ colorito, è una nostra licenza ma il senso rimane lo stesso. Il calo dei salari, l’allargamento della forchetta fra straricchi e poveri, l’erosione dei benefici di una società ricca, la perdita di posti di lavoro legata all’automazione e alla robotizzazione, fenomeni che devono ancora garantirci un saldo positivo rispetto al futuro.

Sono elementi che rischiano di convincere chi non sarebbe mai entrato in cabina a sostenere il politicamente scorrettissimo Trump, i suoi discorsi d’odio per il diverso, per gli stranieri, per la Cina. Per qualsiasi minaccia all’idea di un passato del tutto strumentalizzata. Strizzando l’occhio a quell’isolazionismo di fondo che appare incompatibile con i legami di un pianeta iperconnesso – basti pensare ai discutibilissimi trattati con i Paesi dell’area pacifica e al Ttip con l’Europa – ma che non è alieno alla tradizione presidenziale.

Harding, Coolidge, Hoover. Gli anni Venti e Trenta ce lo ricordano. Non è un caso che anche Trump abbia rispolverato le logiche protezioniste nell’economia, nell’immigrazione (per esempio con la proposta dell’eliminazione del diritto di cittadinanza per nascita) e nelle tematiche estere (truppe in giro per il mondo solo se strettamente necessario, sciogliere i rapporti con Russia e con l’odiata Cina, far pagare di più gli alleati Nato). Non è detto che, oltre ogni attacco che per giunta appare rafforzarlo in un circo mediatico di rara viziosità, questo menu sia troppo sgradito alla pancia dell’America impaurita.