Una signora 50enne di Bologna ha ottenuto il via libera per la fecondazione in vitro: nulla di strano, se non fosse che gli embrioni (congelati) che la renderanno una mamma stagionata saranno quelli del marito defunto nel 2011. Lo ha stabilito il Tribunale civile di Bologna, che con un provvedimento d’urgenza ha accolto in appello il ricorso presentato dalla donna, firmando un precedente rilevante riguardo la spinosa questione della crioconservazione.

Com’è noto, in Italia la crioconservazione di embrioni è vietata dalla legge 40 del 2004, tranne che nel caso in cui, dopo la fecondazione in vitro, non si possa procedere all’impianto a causa di gravi impedimenti di salute per la donna. Tuttavia, la coppia bolognese si era rivolta al centro di fecondazione assistita del Policlinico Sant’Orsola già nel 1996, otto anni prima che la legge 40 entrasse in vigore; l’impianto non riuscì e otto embrioni furono congelati con il consenso di entrambi i coniugi. L’uomo in seguito si ammalò e la coppia decise di sospendere i tentativi, pur continuando a confermare di anno in anno di voler mantenere gli embrioni congelati nel 1996.

Dopo la morte del marito, nel 2011, la donna chiese di procedere con l’impianto degli embrioni congelati; ma, nonostante il benestare del comitato di bioetica dell’università, la direzione dell’ospedale bloccò la trafila perché, secondo una sua interpretazione della legge 40, entrambi i genitori avrebbero dovuto essere in vita. La donna non si è arresa e ha presentato ricorso: il primo è stato rigettato, il secondo invece è stato accolto.

Il nodo della questione verteva attorno al concetto di “consenso”, che secondo la prima interpretazione non poteva sussistere (data la morte di uno dei due genitori), mentre secondo la successiva interpretazione sì: la manifestazione di volontà di entrambi i coniugi è stata ritenuta sufficiente a escludere che gli embrioni in oggetto fossero qualificabili come “embrioni in stato di abbandono”.