In psicologia, per empatia si intende la capacità di comprendere lo stato d’animo e la situazione emotiva di un’altra persona, in modo immediato e prevalentemente senza ricorso alla comunicazione verbale. Più in particolare, il termine indica quei fenomeni di partecipazione intima e di immedesimazione attraverso i quali si realizzerebbe la comprensione estetica.

La parola deriva dal greco (en-, “dentro”, e pathos, “sofferenza o sentimento”), ed originariamente veniva usata per indicare il legame di partecipazione emotiva che univa l’aedo (cantore) al suo pubblico.

Il termine è stato quindi per lungo tempo utilizzato nel campo dell’arte e della contemplazione della natura. Successivamente, la caratterizzazione dell’empatia quale meccanismo generale di riconoscimento reciproco tra creature dotate di mente, ha aperto la strada a studi psicologici e neurobiologici. A partire dai primi anni ’90, la problematica della comprensione empatica (intesa come quella forma di immedesimazione negli stati psicologici dell’altro a cui sarebbe subordinata la spiegazione, o ‘comprensione’, del suo comportamento) è stata posta al centro di un significativo dibattito nella filosofia della psicologia e nella filosofia della mente.

Per lo studioso Gustavo Páez l’empatia “è la capacità di sperimentare la realtà soggettiva dell’altro senza perdere la propria prospettiva“. H. Kohut ha quindi studiato e chiarito il ruolo dell’empatia, come operazione che definisce il campo della psicoanalisi. Egli ritiene che un’osservazione partecipe e, al tempo stesso, sufficientemente distaccata – qual è appunto la dimensione empatica – consente all’analista la comprensione degli stati psichici più complessi e gli permette, di conseguenza, anche di cogliere e di comunicare al paziente gli eventi, usando quei codici comunicativi che gli sono propri, in quanto transitoriamente condivisi nel set analitico. Inoltre, per mezzo dell’interpretazione, può offrirgli in modo graduale orizzonti più ampi in cui dare significato a determinate esperienze, rese accettabili appunto perché espresse con la comprensione empatica.

La parola è dunque oggi ampiamente utilizzata anche in campo medico, dove indica la capacità del curante di comprendere i sentimenti e le sofferenze del paziente all’interno del rapporto di cura.

Nel 21° sec., anche le neuroscienze hanno contribuito a rafforzare le conoscenze sull’empatia, identificando i circuiti cerebrali in grado di innescare il processo empatico. Questi studi hanno ad esempio evidenziato che la percezione di odori disgustosi e l’osservazione di volti che esprimono disgusto evocano le medesime risposte neuronali. Un’ipotesi attraente è dunque quella che il cervello riconosca e condivida gli stati emotivi tramite un meccanismo a specchio in cui le stesse aree cerebrali si attivano sia nel caso dell’osservazione di un’emozione, sia nel caso della sua effettiva esperienza. Tale meccanismo coinvolgerebbe i neuroni specchio che, agendo da generatori di rappresentazioni interne, conducono al riconoscimento e alla comprensione del significato degli atti altrui. Se applicato alla sfera delle emozioni, il meccanismo a specchio renderebbe quindi immediatamente disponibile nel cervello la riproduzione dello stato emotivo osservato, consentendo così di comprendere in modo diretto le emozioni degli altri.

L’empatia si configurerebbe quindi come la spontanea risposta dell’organismo allo stato emotivo percepito, osservato o puramente immaginato di un altro individuo. Entrare in empatia significa di conseguenza sperimentare uno stato emotivo, in sintonia con quello dell’individuo con cui viene stabilito un contatto. In una prospettiva evoluzionistica, si può supporre che l’empatia offra il vantaggio di ridurre il rischio di danneggiare i membri del gruppo sociale, motivando invece comportamenti altruistici che portano benefici all’intera comunità. Viceversa, l’assenza di empatia porterebbe gli individui a ferire gli altri senza provare rimorso o sensi di colpa. Potremmo quindi intendere l’empatia come una dote umana che permette una comprensione superiore dell’altro e quindi un riassorbimento naturale dei conflitti. Secondo Ronald C. Stern la condizione empatica “è fondamentale nella comunicazione umana“.

L’empatia è inoltre cruciale per la creazione e il rafforzamento del legame tra il neonato e l’adulto: la madre consola infatti il proprio bambino e riesce a comprendere il suo stato d’animo, anche se questo ancora non è in grado di parlare. Si può quindi dedurre che, a partire dalla primissima infanzia, non esista relazione sociale significativa che non comporti empatia. L’esperienza empatica è parte della vita quotidiana di ognuno di noi, a partire dal rapporto con la madre, fino a quello di coppia nell’età adulta.

Nel linguaggio comune, al termine empatia vengono quindi attribuiti significati quali “compartecipazione”, “senso di solidarietà e vicinanza”, “saper condividere gli stati d’animo altrui e le loro sofferenze”, “saper aiutare”, “saper comprendere”. L’empatia ci permette di mettere infatti in atto una condivisione controllata delle emozioni che prova l’altro, al fine di comprenderne le reazioni e i comportamenti, senza peraltro doverli necessariamente condividere.

In conclusione, possiamo affermare che l’empatia si definisce come un fenomeno complesso, che non può essere riportato ad un concetto unidimensionale, ma si compone di un’esperienza emotiva di condivisione, mediata da processi cognitivi; di una predisposizione innata e di un’abilità acquisita tramite allenamento di tipo cognitivo, emotivo e relazionale, unito all’attivazione di un ascolto interessato, attento e privo di giudizi.