La questione dell’eredità di Alberto Sordi, fatta non solo delle tantissime interpretazioni magistrali dell’attore romano ma anche di beni economici da spartire, è finita in tribunale già da tempo e adesso sfocerà in un processo. Il giudice per l’udienza preliminare ha infatti accolto la richiesta di rinviare a giudizio dieci indagati, tutti accusati di aver tentato di impadronirsi dell’eredità di Alberto Sordi approfittando della sorella Aurelia, morta un anno fa, che negli ultimi periodi della sua vita era in precarie condizioni mentali. Gli imputati sono accusati a vario titolo di circonvenzione di incapace e di ricettazione.

I dieci imputati affronteranno la prima udienza del processo a gennaio 2016. Si tratta dell’autista di Alberto Sordi, Arturo Artadi, da sempre considerato una sorta di suo figlioccio e che secondo il pubblico ministero sarebbe il regista di tutta l’operazione messa in piedi per prendere possesso dell’eredità di Alberto Sordi. Imputati anche il notaio Gabriele Sciumbate e l’avvocato Francesca Piccolella, considerati autori materiali degli atti attraverso cui la sorella di Sordi, Aurelia, è stata indotta a disfarsi del suo patrimonio immenso, a favore sia del personale della villa in zona Caracalla a Roma in cui abitava sia di Arturo Artadi. Altra imputato, anche Michele Farina, l’allora avvocato di Aurelia Sordi, su cui pende l’accusa di non essersi opposto alle presunte speculazioni di Artadi, Sciumbate e Piccolella.

Tra i dipendenti di villa Sordi finiti sul banco degli imputati vi sono Marta Roxana, Luna Zavala Salinas, Rodolfo Petralia, Ioan Finta, Juan Carlo Maranon, Pierina Parenti e Alicia Zavala Salinas tutti accusati di aver intascato donazioni elargite dalle menti del piano pur di mantenere il loro silenzio su quanto stava accadendo. I sei dipendenti avrebbero tutti incassato somme che si aggirano tra i 150 mila e i 400 mila euro, per un totale complessivo di due milioni e mezzo di euro.