La notizia sul web corre, rimbalza come una pallina impazzita – esaspera. La più piccola sciocchezza può venire dotata di una voce frastornante. Come questa mia piccola e pacata riflessione su categorie lavorative che, di fatto, non esistono.

Qualche giorno fa, su YouTube, mi sono letteralmente scatenata su un tema a me carissimo: l’oscuro concetto di fashion blogger (potete guardare il video alla fine del post). Strane entità nate dal web, giovani donne sicure di sé e della propria fisicità, pronte a dare buoni consigli al mondo sentendosi tante piccole Anna Wintour di quartiere.

La fashion blogger, lo ammetto, mi affascina. Questa figura professionale non chiara, più vicina all’amica della compagnia con estro creativo e passione per la moda che a quella di un’Anna Dello Russo folle e competente, suscita in me sentimenti tra lo sgomento, il compatimento e l’imbarazzo. Come donna, mi mettono a disagio, ma solo perché sono dotata di un’inarrivabile, crudele e cinica sensibilità nei confronti del qualunquismo spinto.

La fashion blogger “scrive” di moda. E lo fa con una grammatica zoppicante, una dialettica un po’ troppo minimal e portando all’attenzione del lettore ovvietà di varia stilistica natura. Nove su dieci di queste “caciottare ripulite” (come le ha ribattezzate un noto gruppo su Facebook) ignorano completamente il tema “Moda”: Schiapparelli,  Mugler, Lacroix, Rick Owen non sono che misteriosi nomi per molte di queste rampanti guru del fashion internazionale. Così come per quasi tutte le lettrici che le seguono. Ma ad onor del vero la lettrice, la follower, non è tenuta a conoscere le eccellenze del genere. La fashion blogger sì.

Colei che elargisce seguitissimi consigli sarebbe eticamente tenuta a capire qualcosa di moda, di storia della moda e di valorizzazione delle differenti fisicità. Nella maggior parte dei casi ciò non accade. La fashion blogger dispensa pareri partendo dal proprio (normalmente ottimo) aspetto senza tener conto delle differenti fisicità delle sue lettrici, senza tener conto del “problema portafoglio”, proponendo outfit costosi, poco “mettibili” e per nulla originali. Ma la banalità e i venditori di fumo sono sempre esistiti. Non sono loro a darmi preoccupazioni. No. Al massimo possono infastidirmi quando si autodefiniscono “lifestyler”: esempi di stile di vita (sulla base di quale esperienza mi chiedo io).

Chi mi preoccupa è la lettrice media, che evidentemente si sottostima, che permette ad una serie infinita di ragazzine pigre e vanitose di insegnarle come “si sta al mondo”, come si seduce un maschio che poco baderà alle firme del capo spalla che indossa, come sentirsi e come vedersi. Amo le donne. Le stimo e le rispetto. Esseri forti, coscienti del dolore e dell’intima disperazione. Mi mortifica, da spettatrice passiva quale sono, vederle così insicure e piegare la testa di fronte a illusioni ben riuscite e magistralmente confezionate. Alla spettatrice vorrei ricordare che queste giovinastre con troppo credito spacciano per “filippiche di stile” lezioni di “banalità e volgarità”. Molte non sono vere donne, sono proiezioni di sé inarrivabili, manifestazioni di femminilità esasperata.

E la femminilità è come il potere: se hai bisogno di ostentarlo, non lo possiedi.