Prende oggi il via la mostra Eternity is a Long Time, che ospitata nei suggestivi spazi di HangarBicocca, sarà visibile al pubblico fino all’ 8 settembre. Un evento unico che approfondisce il lavoro dell’artista statunitense Mike Kelley in un percorso aperto che si snoda tra installazioni, video e sculture, realizzate principalmente tra il 2000 e il 2006: opere di grande intensità che rappresentano al meglio il complesso e visionario universo espressivo di una delle figure più influenti dell’arte contemporanea.

A presentare il lavoro di questo straordinario artista, ieri mattina, all‘Hangar della Bicocca, non solo Andrea Lissoni, ma anche Emi Fontana, che con lui ha lavorato, in un rapporto di stretta collaborazione, negli ultimi quindici anni. Ci parlano di un sogno che si avvera. E che si avvera anche nella riuscita di una progetto che ha richiesto solo un anno di gestazione “quando per preparare un’esposizione del genere servirebbero almeno quattro anni” ricorda Fontana.

E’ un artista che ha cambiato il mio modo di vedere le relazioni tra arte e sottoculture, musica e cinema soprattutto” esordisce Andrea Lissoni “Per questo nel curare l’allestimento abbiamo voluto seguire un processo mentale più analogico che logico, più associativo che ideale, al fine di sfatare alcuni stereotipi sull’arte di Mike kelley, sia interpretativi, sia di allestimento dello spazio”. “Abbiamo cercato di offrire al pubblico la possibilità di dare una sbirciatina in quella che era la mente straordinaria di Mike kelleycontinua Emi Fontana –  per far comprendere il processo che stava dietro a questi lavori così monumentali, piuttosto che darne  una  survey, una ricognizione: è 1 salto più in profondità, nella speranza che dopo aver visitato la mostra si possa dire di aver meglio compreso la profondità dell’opera di Mike, un artista di grande complessità che può addirittura spaventare il visitatore x la densità di stimoli sensoriali e la stratificazione di significati presenti nelle sue opere. E’ un artista che sconcerta, che ci butta sistematicamente fuori strada”.

“Ci sembrava fondamentale consentire a Mike Kelley di irradiare il suo lavoroprecisa Andrea Lissoni - e soprattutto consentire al pubblico di passare da un’opera all’altra prendendosi il tempo di girarci attorno, strisciarci dentro,… facendosi appunto “irradiare” dalla potenza del suo lavoro, senza però rimanerne sovrastati, schiacciati o bombardati, come Emi ha raccontato rispetto ad uno degli stereotipi che abbiamo voluto appunto sfatare, quello di corpi di lavoro avvicinati,  messi insieme a riprodurre una stratificazione che poteva essere a tratti spaventosa per il pubblico, ma questo non è quello che succede in questa mostra”.

Attivo dagli anni Settanta, Mike Kelley si impone in modo evidente nello scenario delle ricerche artistiche degli anni Ottanta. Nella sua multiforme pratica di lavoro, si muove su più media, sconfinando in campi di espressione differenti, sia nell’arte che nella musica, mai accettando la distinzione tra arte colta e vernacolare. Interessato a riattivare forme e figure legate a un immaginario adolescenziale e a indagare come la cultura popolare produce miti e ritualità. Esplora soprattutto i temi della memoria, dell’identità e il rapporto con l’autorità. Utilizza oggetti e manufatti apparentemente banali sovvertendone il significato ed enfatizzandone la forza comunicativa. Muore il 31 gennaio 2012 a Los Angeles. Le sue opere si trovano oggi nelle collezioni pubbliche e private più prestigiose del mondo, tra cui il MoMA, il Whitney e il Guggenheim di New York, la Collezione Pinault di Parigi e Venezia, il Reina Sofía di Madrid, il Museum of Contemporary Art di Detroit, il MoCA di Chicago, il Centre Georges Pompidou di Parigi.