Notizie terrificanti arrivano dall’Etiopia, dove nel fine settimana sarebbero almeno 100 le persone rimaste uccise durante alcune manifestazioni di protesta svoltesi in varie parti del Paese.

A riferirlo è Amnesty International, che specifica che il massacro peggiore sarebbe avvenuto nella città settentrionale di Bahir Dar, capitale della regione di Amhara. Nella giornata di domenica i manifestanti e le forze di sicurezza si sarebbero scontrate con grande violenza: secondo l’associazione dei diritti internazionali sarebbero almeno 30 i morti, mentre le autorità parlano di 7 vittime.

A causare l’ondata di proteste, che in Etiopia va avanti da alcuni mesi, sarebbero le accuse rivolte al governo dagli abitanti delle regioni di Oromo e Amhara, secondo i quali le autorità le avrebbero marginalizzato sia politicamente che economicamente.

Le proteste sarebbero iniziate lo scorso novembre, quando venne annunciato il piano di espansione della capitale nella regione degli Oromia, a discapito dei contadini facenti parte del gruppo etnico, il maggiore dell’Etiopia. Il progetto è poi stato abbandonato, ma le manifestazioni sono continuate portando alla luce altre situazioni simili.

Altre 67 persone sarebbero morte in diversi villaggi e città della regione di Oromo in seguito all’apertura del fuoco da parte della polizia.

Il governo – tramite l’agenzia di comunicazione ufficiale Fana Broadcasting Corporate – ha dato la colpa di quanto avvenuta a “vicine e lontane potenze straniere nemiche e gli attivisti dei social media”, i quali avrebbero ignorato gli avvertimenti e messo in piedi manifestazioni non autorizzate.

Secondo le autorità i manifestanti avrebbero distrutto proprietà private e statali, e in alcuni casi si sarebbero macchinati di gravi delitti; per fermare questo scoppio di violenza si sarebbero resi necessari arresti messi in atto anche con la forza bruta.

Gli Stati Uniti, alleati del governo in carica, hanno espresso preoccupazione per quanto successo e hanno rimarcato come debba essere rispettato il diritto al dissenso.