Le analisi dei dati riguardanti l’afflusso e le ricadute economiche sulla città di Milano rimangono incerte, ma senza dubbio Expo 2015 sta provocando un gran numero di polemiche, nonostante non sia ancora passato un mese dalla sua apertura.

L’ultima bufera si è scatenata dopo le segnalazioni di molti casi di licenziamenti – varie centinaia, si parla anche di 500 – arrivati in seguito alla segnalazione da parte della Questura. A rendere nota la tendenza è la Cgil di Milano, che ha raccolto le testimonianze di persone che hanno ricevuto la lettera di interruzione del rapporto di lavoro in seguito alla richiesta del pass per poter accedere al sito di Expo 2015.

La procedura in merito alla sicurezza dell’Esposizione prevede infatti che ogni azienda o delegazione nazionale debba inviare a Questura e Prefettura di Milano la scheda anagrafica dei propri dipendenti, che la esamineranno e produrranno un parere a riguardo.

La decisione su come procedere rimane a Expo Spa, che si muove in base alle segnalazioni della polizia sulla presunta pericolosità di coloro che vi devono accedere ogni giorno. A ricordare l’importanza dei controlli è Filippo Bubbico, vice­ministro dell’Interno: “Expo è un sito sensibile, di rilevanza strategica. Ci sono delle attività di prevenzione i cui criteri non possono essere resi noti perché perderebbero di efficacia”.

Tuttavia, come riportano molte testimonianze raccolte in questi giorni, sembrerebbe che a far scattare il parere negativo non sia necessaria una fedina penale sporca, il sospetto di far parte di un’associazione terroristica o simili, ma  basterebbe una segnalazione, una denuncia mai finalizzata a processo oppure, ed è questo il motivo che sta scatenando le polemiche più forti, la semplice attività politiche.

Tra i tanti che stanno cercando di capire i motivi del proprio licenziamento da Expo 2015 e che stanno portando avanti delle cause c’è chi, a fronte di un casellario giudiziario intonso, ipotizza che la ragione sia da rintracciarsi nella partecipazione a manifestazioni, alla frequentazione di centri sociali o al lavoro con i rifugiati.

Di fatto, però, Prefettura e Questura mantengono comprensibilmente il riserbo, mentre la questione potrebbe finire direttamente in Parlamento, dato che è stata chiesta un’interrogazione da Daniele Farina di Sel che faccia chiarezza sul caso e ripristini quelli che sono i diritti basilari dei lavoratori.