L’ennesima polemica si abbatte su Expo 2015, la grande esposizione fieristica vera croce e delizia italiana e della città di Milano.

Ancora una volta a essere finite nell’occhio del ciclone sono le condizioni lavorative offerte ai dipendenti, nello specifico quelle di hostess e steward impiegati nel padiglione dell’Italia (che tra un intervento e l’altro è arrivato a costare circa 90 milioni di euro). A darne notizia è Repubblica, che rende noto come circa quaranta persone deputate all’accoglienza del pubblico siano state lasciate a casa dopo solo un mese di lavoro. Legittima scelta del datore di lavoro?

Non proprio, perché i lavoratori di Expo 2015 in questione sono stati assunti tramite l’agenzia interinale Manpower, la quale nonostante avesse ricevuto l’incarico solo per un mese avrebbe chiesto la disponibilità dei lavoratori fino a ottobre, assicurando un rinnovo di contratto “automatico” dopo i primi 30 giorni.

Il documento dunque definiva una prestazione lavorativa di un mese, anche se da Manpower – affermano alcuni tra coloro che sono stati lasciati a casa da un giorno all’altro – era arrivata una promessa implicita piuttosto chiara di proseguimento.

Di fatto, però, l’agenzia interinale si è trovata senza commesse dopo il mese di maggio, come previsto dal suo contratto con Expo Spa, che si è riservata il diritto di rivolgersi a un altro fornitore, probabilmente anche a causa della gestione dei contratti da parte della stessa, molto discussa prima dell’avvio di Expo 2015.

La società era infatti stata ampiamente criticata non solo per le condizioni contrattuali al di sotto degli standard nazionali (duramente contestate da sindacati come Cgil, Uil e Cisl), ma anche per il modo in cui aveva diffuso notizie imprecise e leggermente polemiche in merito alla presunta difficoltà di trovare candidati per posizioni di responsabilità remunerate profumatamente.

Nel frattempo la presidente di Expo Spa, Diana Bracco si è difesa pubblicamente riguardo l’indagine per frode fiscale cui è stata sottoposta affermando di aver versato un milione di euro al fisco per sanare la violazione tributaria contestatale e che dunque non ci sarebbe stata alcuna frode.