D’altronde era impossibile che un evento come l’Expo non finisse per macchiarsi di criminalità. Anzi, di mafia. Secondo le accuse della procura di Milano, nel contesto dell’indagine coordinata dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini e affidate ai pm Sara Ombra e Paolo Storari, la famiglia mafiosa dei Pietraperzia di Enna sarebbe riuscita a mettere le mani su una quantità di lavori legati all’esposizione universale nonché su numerosi servizi svolti per l’ente fieristico del capoluogo lombardo.

Tutto ruoterebbe, secondo l’ordinanza firmata dal gip Cristina Mannocci che ha portato a misure cautelari nei confronti di 11 persone, a una società totalmente controllata dalla potente Fiera di Milano, la Nolostand, attualmente commissariata su richiesta della Direzione distrettuale antimafia.

Questa società, i cui manager non risultano al momento indagati, avrebbe assegnato appalti e commesse a imprenditori – ora accusati di riciclaggio e frode fiscale – ritenuti teste di ponte o comunque conniventi del clan mafioso. La figura principale dell’inchiesta sarebbe quella di tale Giuseppe Nastasi, “un imprenditore che si occupa di allestimenti fieristici e che, insieme ad altri soggetti che fungono da prestanome, commette una serie di reati tributari per importi assai rilevanti”. Il personaggio sarebbe in rapporti con tale “Liborio Pace (con cui è socio), già imputato per appartenenza alla famiglia mafiosa di Pietraperzia e che dalle indagini appare come elemento di collegamento con detta famiglia partecipando all’attività di riciclaggio del denaro provento dei reati tributari”.

La notizia è che fra questi appalti ci sono anche tante, e importanti, opere dell’Expo. Per la precisione gli allestimenti espositivi del Palazzo dei congressi, dell’Auditorium e dei padiglioni di Francia, Qatar e Guinea, nonché lo stand di uno sponsor, un noto brand di birra. Questo il gigantesco punto politico dell’intera faccenda, che supera anche per importanza le infiltrazioni nell’ente fieristico per servizi di allestimento e facchinaggio.

A nove mesi dalla chiusura si apre insomma una macchia gigantesca sull’Expo. Altro che gli appalti senza gara a Oscar Farinetti che tennero banco nelle prime settimane dell’evento. L’emblema di un’Italia che ce l’aveva fatta, che era riuscita a portare a termine, con 21 milioni di visitatori in 184 giorni, un’opera all’apparenza impossibile nel pieno della crisi, si sporca indelebilmente di mafia in un giro d’affari da 20 milioni di euro. Come sempre, verrebbe da dire. Come al solito. Nessuno si stupisce. Ed è questo il vero problema.

Viene anche da pensare, alla luce dell’inchiesta e fermandosi un attimo, che le manifestazioni di soddisfazione dell’attuale sindaco di Milano Giuseppe Sala e del presidente dell’Anac, Raffaele Cantone, sugli esiti del percorso di trasparenza del grande appuntamento siano state quanto meno ottimistiche. Di “modello virtuoso” aveva parlato il magistrato prima dell’inizio dell’appuntamento, nel gennaio 2015. “Il prefetto di Milano su Expo ha attuato un sistema che sta rendendo moltissimo in termini di prevenzione: gli accertamenti sono stati fatti molto bene – rispose per esempio a Skytg24se la prevenzione si fa bene, consente di fare le opere e di farle bene”. Peccato che l’inchiesta in questione sia partita nel 2014 e riguardi dunque appalti e commesse assegnati proprio nei mesi nei quali quella soddisfazione veniva manifestata.

Più avanti, a luglio, Cantone avrebbe parlato dell’Expo come di un “modello da copiare”: “Non avrei mai pensato, al momento del mio insediamento, che Expo 2015, allora al centro di inchieste giudiziarie, potesse diventare un modello positivo. Addirittura da esportare”. Certo, rispetto al caos del 2014, col terremoto giudiziario che coinvolse fra gli altri Angelo Paris, manager di Infrastrutture Lombarde, e Primo Greganti, già coinvolto nell’inchiesta Mani Pulite del 1992, la situazione è apparsa più lineare. Ma l’indagine di questi giorni sembra aver riaperto una ferita che a quanto pare ha continuato ad approfondirsi fino al giorno dell’inaugurazione. Quando tutto era dato per pulito, risolto, legale. Trasparente. Un successo.

Che tutto non sia stato così roseo lo conferma lo stesso Cantone in un passaggio del libro-intervista con Gianluca Di Fero, Il male italiano, pubblicato l’anno scorso. Ripercorrendo i precedenti mesi di lavoro il capo dell’Anac racconta che “la nota dolente è stata accorgersi che i problemi maggiori li abbiamo incontrati proprio in due cantieri simbolo dell’Expo (…): il Padiglione Italia e il cosiddetto Albero della vita (…). Avevamo la netta impressione che ci considerassero una palla al piede: eravamo arrivati per rallentare il lavoro, entrando in conflitto con la loro idea di efficienza. Quella stessa idea che aveva permesso all’illegalità di prosperare”.

Insomma, se le piccole opere ordinarie sono in Italia la mammella quotidiana della criminalità, che vi si aggancia tramite la corruzione endemica, quelle grandi sono come frutti acerbi che rilasceranno il loro vero sapore solo dopo mesi o anni. In questo caso, visto che la seconda parte dell’iter di sviluppo dell’Expo è stata elevata ad assoluto emblema di efficienza e a trofeo della lotta alla corruzione, un sapore amarissimo.