La paranza è una danza che si balla nella latitanza, canta Daniele Silvestri. Chissà se, anche, Fabrizio Corona la sta ballando da qualche parte. In fuga da una condanna a 5 anni di carcere per estorsione aggravata, si è aggiudicato, ufficialmente, per la legge italiana, lo status di latitante, con mandato di cattura internazionale, facendo scattare a 7 anni la pena detentiva che lo attende. Sempre citando il cantautore romano, latitiamo da anni con anni con i soliti inganni, Corona è in ottima compagnia. Non solo uno stuolo di mafiosi di diverso calibro e provenienza ma anche stragisti o presunti tali, stupratori, scrittori, ladri e assassini. Ecco alcuni dei nomi più famosi e controversi

Cominciamo dal nemico pubblico numero 1: Matteo Messina Denaro, siciliano di Castelvetrano, provincia di Trapani, classe 1962, soprannominato Diabolik, attualmente uno dei vertici di Cosa Nostra, è il quarto latitante più pericoloso al mondo. Ricercato dal 1993 per associazione di stampo mafioso, omicidio (pare ne abbia commessi una cinquantina, il primo a soli 18 anni), detenzione di materiale esplosivo, strage, furto e devastazione. Membro dell’ala stragista di Cosa Nostra, ha un ruolo di di rilievo negli attentati dinamitardi di via dei Georgofili a Firenze, via Palestro a Milano, piazza San Giovanni in Laterano e via San Teodoro a Roma per un totale di 10 morti e 93 feriti. Nel 1991, si occupa, personalmente, dei pedinamenti di Giovanni Falcone e Claudio Martelli, allora ministro della Giustizia e di quello di Maurizio Costanzo, nel 1993, a cui fa seguito, il fallito attentato di via Fauro a Roma. Vanta, inoltre, una discreta competenza nel traffico internazionale di armi e stupefacenti, nella macellazione clandestina e nello sfruttamento delle cave di sabbia nel trapanese. Nonostante abbia un curriculum criminale in perfetto stile mafioso, si pone come un padrino atipico: ama vestire Armani e Versace, invece di panni anonimi ed è noto come grande seduttore, totalmente slegato dai valori della famiglia.

Andrea Ghira, figlio della Roma bene, fin da ragazzino manifesta simpatie di estrema destra. Già a 16 anni è noto alle forze dell’ordine per atti di vandalismo politico, a 19 per minaccia a mano armata e lesioni gravissime, a 20 viene condannato, insieme ad Angelo Izzo, per rapina a mano armata e violazione di domicilio. Ma il salto di qualità lo fa 2 anni dopo, il 30 settembre 1975: è uno dei protagonisti del massacro del Circeo, insieme ad Angelo Izzo e Gianni Guida. I 3 sequestrano, seviziano e stuprano, per oltre 24 ore, Donatella Colasanti e Rosaria Lopez che annega nella vasca da bagno della villa dove è tenuta prigioniera mentre l’amica si salva e denuncia il terzetto. Ghira si dà immediatamente alla latitanza, condannato all’ergastolo in contumacia. Pare che abbia passato i primi 6 mesi di fuga in un kibbuz israeliano, per, poi, trasferirsi nell’enclave spagnola in Marocco, Melilla, dove ha vissuto con la fidanzata Maria Rodriguez Valverde e i 4 figli fino al giorno della sua morte, avvenuta nel 1994, per overdose, dopo aver prestato servizio per 18 anni nella Legione straniera spagnola, sotto il nome di Massimo Testa d’Andrés.

Sulla morte di Ghira aleggia il mistero: sulla tomba pare sia incisa la data di morte sbagliata, una foto scattata nel 1995, in una zona periferica della capitale, e analizzata dai Carabinieri, sembra ritrarre proprio Ghira, anche se l’esame del DNA sul corpo del legionario, riesumato nel 2005, accerta che il cadavere è quello di Ghira. Però, Federica Sciarelli, conduttrice di Chi l’ha visto?, insinua il dubbio che l’analisi sia stata pilotata da persona non imparziale. La stessa Donatella Colasanti, morta di tumore al seno nel 2005, era convinta che Ghira fosse vivo e in giro per Roma e a Melilla fosse sepolto un suo parente.

Restiamo a Roma. Primavalle, Achille Lollo e Marino Clavo, militanti di Potere Operaio, la notte del 16 aprile 1973, fanno esplodere una bomba artigianale sul pianerottolo dove vive Mario Mattei, segretario della sezione MSI del quartiere, con la famiglia. E’ un atto dimostrativo contro i fascisti: un botto sonoro con porta d’ingresso e pareti annerite. Qualcosa va storto e scoppia un incendio, dove restano uccisi 2 dei fratelli Mattei, Virgilio, 22 anni e Stefano, 8 anni. Arsi vivi. In strada, a fare da palo Manlio Grilli. Nel 1986 verranno condannati a 18 anni in contumacia. Dei 3 il più famoso è Lollo, riparato a Rio de Janeiro, dove risiede tuttora, intervenuto più volte sui media italiani in merito alla vicenda Mattei. Nel 2005, la Corte d’Appello di Roma dichiara prescritto il reato. Lollo, da latitante torna a essere un uomo libero, in Brasile godeva dello status di rifugiato politico. Pare sia malato di cancro.

Stessi anni, quelli di piombo. Cesare Battisti, dopo una discreta esperienza come delinquente comune, nel 1977 entra nei PAC (Proletari armati per il comunismo) con i quali si dedica a gambizzazioni, espropri proletari e sequestri di persona. Gli addebitano, anche, 4 omicidi, Antonio Santoro, maresciallo di Polizia penitenziaria; Lino Sabbadin, macellaio veneziano; Pierluigi Torreggiani, gioielliere; Andrea Campgna, agente DIGOS. Condannato a 4 ergastoli, viene rinchiuso nel carcere di Frosinone da dove evade nel 1981, approfittando di un’azione di Prima Linea. Un anno da clandestino a Parigi, 9 anni a Puerto Escondido e, nel 1991, di nuovo a Parigi dove usufruisce della Dottrina Mitterrand e diventa autore noir di Gallimard. Nel 2004 l’Italia chiede alla Francia, per la seconda volta, la sua estradizione, la prima risale al ’91, che viene concessa. Battisti si rifugia in Brasile, dove viene arrestato nel 2007. Nel 2009 ottiene lo status di rifugiato politico e nel giugno 2011 quello di uomo libero, dopo che il governo brasiliano ha rifiutato la terza richiesta italiana di estradizione. Battisti si è sempre professato innocente e ritiene le sue condanne basate non su fatti ma solo su testimonianze di ex compagni di battaglia. Attualmente vive in Brasile, dove ha intrapreso, nuovamente, la carriera di scrittore.

Un altro scrittore, con un passato fosco alle spalle, ma di tutt’altra caratura: Massimo Carlotto. E’ il 20 gennaio 1976, Carlotto ha 19 anni, milita in Lotta Continua e abita a Padova, sua città natale. Soccorre Margherita Magello, 24 anni, agonizzante, colpita a morte con 59 coltellate. Si imbratta di sangue e preda dalla paura scappa. Questa la sua versione. In un secondo momento si reca dai carabinieri in qualità di testimone ma viene accusato del delitto. Condannato a 18 anni nel 1982, si dà alla macchia per 3 anni, prima in Francia poi in Messico dove verrà arrestato ed estradato in Italia. Nel 1989 ottiene la revisione del processo e nel 1991 viene emessa una nuova sentenza: 16 anni. Nel 1993, il presidente Oscar Luigi Scalfaro gli concede la grazia. Carlotto si è sempre professato innocente, la famiglia di Margherita Magello lo ritiene, tutt’oggi, colpevole. Nel 1995 esce il suo primo libro, Il fuggiasco, in cui racconta la sua esperienza da latitante, la vita in carcere e l’attesa per la grazia.

Tornando a La paranza di Silvestri, presentato al festival di San Remo nel 2007 e pubblicato, successivamente, nell’album dal titolo emblematico Il latitante, in un passaggio recita ci sono regole precise nella latitanza. Il brano parla di un uomo che scappa per un amore fallito, prima del divorzio ma il consiglio vale per tutti: restare a piede libero. Fabrizio Corona ce la farà?