La polizia brasiliana ha arrestato a San Paolo Diego Dzodan, il vicepresidente di Facebook della sezione latinoamericana: l’accusa rivoltagli è la mancata cooperazione con le autorità in alcuni casi criminali nei quali sarebbe stato necessario per le indagini l’accesso ad alcuni messaggi di WhatsApp (di proprietà dell’azienda di Mark Zuckerberg).

Secondo la polizia, che ha eseguito il mandato spiccato da un giudice di Lagarto, il manager negli ultimi messi avrebbe ignorato per tre volte le richieste di chiarimenti da parte delle autorità che avevano caldeggiato dei colloqui.

Un rappresentante del social network ha parlato di misure estreme e sproporzionate, in quanto “Facebook è sempre stato e sarà sempre a disposizione delle autorità brasiliane” e ha poi ribadito che WhatsApp, in ogni caso un’azienda separata da Facebook, “non può dare informazioni che non ha. Abbiamo cooperato fin quanto potevamo a questo caso e per quanto rispettiamo il lavoro delle forze dell’ordine non concordiamo con la sua decisione”.

Lo scorso dicembre le autorità brasiliane avevano bloccato l’applicazione di messaggistica istantanea per ben due giorni proprio come ritorsione per la mancata cooperazione con la polizia in un caso in cui i principali sospettati erano legati a una importante banda criminale.

Si era trattato del terzo dissidio tra la multinazionale e lo stato carioca: in un altro, risalente a febbraio dell’anno scorso, Facebook aveva confermato il suo diniego al rilascio di dati privati nonostante le richieste della polizia per un’indagine su una rete di pedofilia. In entrambi i casi un giudice aveva provveduto a ritirare il blocco con una certe celerità.

D’altro canto WhatApp, nella persona di un suo portavoce, ha spiegato il motivo dell’impossibilità di fornire i messaggi richiesti dalla forze dell’ordine. La natura stessa del servizio, infatti, non rende possibile la memorizzazione dei dati testuali: “WhatsApp li trattiene fino al momento della consegna, in seguito esistono solamente nei dispositivi degli utenti.” Vi sarebbe poi un sistema crittografico end-to-end in funzione, che protegge I messaggi dai tentativi di intercettamento, che si tratti dell’azienda stessa, dello Stato o di hacker.

Il caso ovviamente ricorda da vicino l’analoga vicenda che in questi giorni sta opponendo Apple e l’FBI, che ha chiesto all’azienda informatica di fornire una via d’accesso all’iPhone di uno degli attentatori della strage di San Bernardino.