Con il sostantivo femminile facella (dal lat. tardo facella, dim. di fax facis ‘face’) si intende propriamente una piccola fiaccola, fiammella, o, più in generale, una piccola ma intensa luce, un punto luminoso (es. “Io vidi in quella giovial facella / lo sfavillar de l’ amor che lì era” Dante Par. XVIII, 70-71). Si tratta tuttavia di un termine arcaico/ poetico, oggi per lo più utilizzato con il significato di lume o, per estensione, stella (“E quando miro in cielo arder le stelle, Dico fra me pensando: A che tante facelle?” Leopardi), splendore, bagliore (“Per entro il cielo scese una facella [l’ arcangelo Gabriele] formata in cerchio a guisa di corona, e cinsela, e girossi intorno ad ella”. Dante, Par. 23) o fuoco. In senso figurato, il termine può inoltre essere utilizzato per indicare una passione amorosa/ tormento che infiamma l’ animo e il cuore (es. “Chi con sua cieca facella | dritto a morte m’ invia” Petrarca; “Era Adon ne l’ età che la facella / sente d’ Amor più vigorosa e viva” Marino), oppure il lume intellettuale; intelligenza, capacità di comprensione.

In zoologia, con il termine facella si definiscono infine le appendici (digitiformi o filiformi) che, nelle scifomeduse, pendono nella cavità gastrale.