Un altro grande colosso dell’abbigliamento è nei guai: Hennes & MauritzH&M, è al centro del ciclone per via della fashion blogger norvegese Anniken Jørgensen.

La ragazza diciassettenne, con altri due fashion blogger (Frida Ottesen e Jens Ludvig Hambro Dysand) è riuscita ad entrare nella realtà del colosso svedese per filmare “Sweat Shop”, un documentario girato in Cambogia – uno dei paesi dove il colosso produce la maggior parte di abiti – in cui mostravano le condizioni dei lavoratori, che cuciono e poi confezionano capi che poi andiamo ad indossare, immedesimandosi nelle loro stesse condizioni. Una sorta di presa di coscienza soprattutto per i più giovani, che spesso non sanno da dove provengono i loro vestiti, o meglio lo sanno – vista l’etichetta – ma non in quali condizioni.

Orari estenuanti, condizioni disumane e paghe più che minime: i tre fashion blogger si sono messi alla prova per un’intera settimana e, da quanto svelato dal trailer del docu-reality prodotto da Aftonbladet, hanno lavorato seguendo gli stessi orari, le stesse condizioni di vita nei posti più che fatiscenti.

Tra questi blogger, Anniken ha voluto sottolineare la sua frustrazione dopo mesi di censura da parte dello stesso colosso, condividendo la sua esperienza denunciando il fatto che per tutti i mesi passati è stata boicottata dalla stessa ma, grazie al post pubblicato sul suo blog è riuscita a dar voce a tutta la vicenda, diventata virale in poco più di qualche settimana. Risultato: l’azienda svedese ha chiamato la blogger per un incontro “tête-à-tête” in cui, dopo qualche discussione, è riuscita a filmare, e nel quale lo stesso colosso avrebbe confermato nuovamente le condizioni dei loro lavoratori, ma che comunque starebbero prendendo dei provvedimenti nei confronti di questi stabilimenti migliorando le condizioni di vita degli operai. Verità? Solo il tempo potrà dirlo, ma visti gli esempi avuti da altri colossi – che come H&M sfruttano la manodopera a basso costo – possiamo più che dubitare che qualcosa cambierà.

Perché come H&M anche altri colossi della moda sono nei guai: solo qualche mese fa è toccato a Primark, dove un cliente ha trovato un biglietto cucito dentro un paio di Jeans. Una richiesta d’aiuto che rivela la verità agghiacciante e le condizioni in cui gli operai sono costretti a lavorare, sempre per un salario più che al di sotto di quello normalmente garantito. Un’altro esempio di questo abominio ai limiti della civiltà è stato provato a suo tempo da un altro documentario, China Blue, che svelava la verità dietro ad un’azienda produttrice di jeans: condizioni di vita pessime, con orari di lavoro al limite umano, e ovviamente un salario talmente basso che a stento gli stessi operai riescono a mandarli alla propria famiglia.

La storia che si ripete all’infinito, ma nessuno cambia mai nulla, purtroppo per convenienza. Ma gli operai pagano. Questa vicenda non è che quindi una delle innumerevoli riprove per cui questi colossi, pur di vendere capi “low cost” (che a in verità non è proprio il caso di Zara, dato che i prezzi non sono proprio “bassi”) cercano di produrre capi con costi di una manodopera nettamente inferiore rispetto alla norma, nonché praticamente inesistenti, ma quello che di più fa infuriare – oltre ai diritti degli stessi lavoratori sfruttati – è anche il fatto che nel corso degli anni nulla è cambiato: le voci si fanno sentire e arrivano pungenti, ma dopo qualche bagarre torna sempre la calma piatta, come se nulla fosse realmente accaduto.

Questo il trailer:

photo credit: ElizabethHudy via photopin cc