Oggi, 19 settembre, la Chiesa celebra San Gennaro, vescovo e martire cristiano, famoso per il prodigio della liquefazione del sangue. Le numerose fonti documentarie sulla vita e le opere del santo riferiscono che Gennaro nacque a Napoli nella seconda metà del III secolo: eletto vescovo di Benevento, svolse il suo apostolato amato dalla comunità cristiana e rispettato dai pagani per le imponenti opere di carità cui era impegnato. Era quello, infatti, il primo periodo dell’impero di Diocleziano (243-313), che in inizialmente permise ai cristiani di occupare anche posti di prestigio, unitamente ad una certa libertà di culto. In vecchiaia però l’imperatore, sotto la pressione del suo cesare Galerio, firmò ben tre editti contro i cristiani, provocando una delle più feroci persecuzioni, che colpirono la Chiesa nei suoi membri e nei suoi averi al fine di impedirle di soccorrere i poveri e spezzare così il favore popolare. E proprio in questo contesto s’inserisce la storia del martirio di Gennaro.

Recatosi a Pozzuoli per portare conforto al diacono Sosso (o Sossio), incarcerato dal giudice Dragonio, proconsole della Campania, per le funzioni religiose che quotidianamente venivano celebrate nonostante i divieti, Gennaro fu a sua volta arrestato, insieme ai suoi due compagni Festo e Desiderio e condannato a morire nell’anfiteatro sbranato dagli orsi, in un pubblico spettacolo. Durante i preparativi, il proconsole si accorse però che il popolo dimostrava simpatia verso i prigionieri e, temendo disordini durante i giochi, mutò la pena facendoli decapitare il 19 settembre del 305 nel Foro di Vulcano, presso la celebre Solfatara di Pozzuoli. Qui, si racconta, una donna di nome Eusebia riuscì raccogliere in due ampolle parte del sangue del vescovo, mentre gli abitanti di Pozzuoli seppellirono le spoglie dei martiri nell’agro Marciano.

Oltre un secolo dopo, nel 431, per volontà del vescovo di Napoli, S. Giovanni I, le reliquie di Gennaro vennero quindi trasportate da Pozzuoli alle catacombe di Capodimonte, poi dette “Catacombe di S. Gennaro” e proprio durante il trasporto le due ampolline contenenti il sangue del martire vennero consegnate al vescovo, mentre a ricordo delle tappe della solenne traslazione, vennero erette due cappelle: S. Gennariello al Vomero e San Gennaro ad Antignano.

Con il trascorrere del tempo, il culto per il santo vescovo si diffuse enormemente, richiedendo l’ampliamento della catacomba, a testimonianza del fatto che sin dal V egli fosse già considerato ‘santo’, canonizzazione poi confermata da papa Sisto V nel 1586. La tomba divenne in breve tempo meta di continui pellegrinaggi per i grandi prodigi che gli venivano attribuiti: nel 472, ad esempio, in occasione di una violenta eruzione del Vesuvio, i napoletani accorsero in massa nella catacomba per chiederne l’intercessione, iniziando così l’abitudine ad invocare S. Gennaro in occasione di terremoti ed eruzioni. Man mano che il suo culto aumentava, diminuiva quello per S. Agrippino vescovo, fino allora patrono della città di Napoli, fin che, nel 472, Gennaro cominciò ad assumere il rango di patrono principale della città, tanto che durante la successiva eruzione, nel 512, fu lo stesso vescovo di Napoli, S. Stefano I, ad iniziare le preghiere propiziatorie, facendo costruire in suo onore la chiesa detta Stefania, dove fu riposto il cranio del santo e la teca contenente le ampolle del sangue e sulla quale, verso la fine del secolo XIII, venne eretto il Duomo. Una decisione provvidenziale, che preservò le suddette reliquie dal furto operato dal longobardo Sicone durante l’assedio di Napoli dell’831. Le restanti ossa furono infatti trafugate e portate a Benevento, sede del ducato longobardo, dove restarono fino al 1156, per poi far perdere le loro tracce per secoli, fino al ritrovamento fortuito del 1480.

Dopo infinite trattative, il 13 gennaio 1492, le ossa di Gennaro furono quindi riportate a Napoli, nel succorpo del Duomo, ed unite al capo e alle ampolle. La teca assunse poi l’aspetto attuale nel XVII secolo: racchiuse fra due vetri circolari di circa dodici centimetri di diametro, vi sono le due ampolline, una più grande di forma ellittica schiacciata, ripiena per circa il 60% di sangue e quella più piccola cilindrica con solo alcune macchie rosso-brunastre sulle pareti.

Ma il culto di San Gennaro si estende ben oltre i confini di Napoli: egli è conosciuto in tutto il mondo (grazie anche al culto esportato dai tantissimi emigranti napoletani) non solo per i suoi prodigiosi interventi nel bloccare le calamità naturali, ma anche per il famoso prodigio della liquefazione del sangue contenuto nelle antiche ampolle, completamente sigillate e custodite in una nicchia chiusa con porte d’argento, situata dietro l’altare principale, della Cappella del Tesoro .

Il miracolo della liquefazione del sangue, che a Napoli ha assunto una valenza incredibile, secondo un antico documento sarebbe avvenuto per la prima volta il 17 agosto 1389, ripetendosi da allora tre volte l’anno: nel primo sabato di maggio, in cui il busto ornato di paramenti vescovili e il reliquiario con la teca e le ampolle vengono portati in processione dal Duomo alla Basilica di S. Chiara, in ricordo della prima traslazione da Pozzuoli a Napoli; il 19 settembre, ricorrenza della decapitazione, in occasione della quale il busto e le reliquie vengono esposte sull’altare maggiore del Duomo; e il 16 dicembre “festa del patrocinio di S. Gennaro”, in memoria della disastrosa eruzione del Vesuvio nel 1631, bloccata dopo le invocazioni al santo. E’ accaduto però, nel corso dei secoli, che il miracolo abbia anticipato o tardato la data, segni interpretati dal popolo napoletano rispettivamente come auspicio positivo per il futuro della città, o presagio di possibili calamità future. Del resto la prodigiosa liquefazione è stata recentemente oggetto di profondi studi scientifici, grazie ai quali, usando l’esame spettroscopico, si è potuto stabilire la presenza di emoglobina nel liquido, confermandone così la natura organica, ma nessuna analisi è ad oggi stata in grado di spiegarne la causa. Singolare inoltre il fatto che a Pozzuoli, contemporaneamente al miracolo che avviene a Napoli, la pietra conservata nella chiesa di S. Gennaro e che si crede sia il ceppo su cui il martire poggiò la testa per essere decapitato, diventi più rossa.

Miracolo o no, i festeggiamenti in onore di San Gennaro non conoscono paragoni: per omaggiare in Santo Patrono della città, Napoli organizza ogni anno una miriade di eventi, che si protraggono ben oltre la giornata odierna. Si comincia così con la lettura della Passione del Santo durante la Solenne Celebrazione Eucaristica, cui seguirà l’esposizione delle Reliquie (in streaming sul portale internet www.sangennaro.eu e sul digitale terrestre con Napoli Canale 21). Avvenuta la liquefazione, la teca, sorretta dall’arcivescovo, viene mostrata ai fedeli, successivamente ammessi ad ammirarla da vicino e baciarla, con un prelato preposto a muoverla per farne constatare la liquidità. Alle ore 21 poi, l’esibizione della banda della NATO, per sancire un gemellaggio virtuale con la festa americana di New York.

La festa proseguirà quindi con “A caccia di sorrisi”, un’urban game senza barriere per favorire l’inclusione sociale organizzato per domani, 20 settembre, al Lungomare Caracciolo; a seguire, alle ore 20:00 il concerto in omaggio a San Gennaro a cura dei gruppi etnici cittadini che si terrà sul sagrato del Duomo; e ancora, domenica 21, gara podistica cittadina a cura del CSI, con partenza dal Duomo alle 8:30 e alla cui premiazione presenzierà il Cardinale. Martedì 23 settembre, alle ore 20, si terrà quindi il Concerto del San Carlo, performance musicale dell’orchestra del Massimo napoletano, mentre in programma per il 24 e 25 settembre “Raccontami Napoli e San Gennaro”, spettacolo teatrale promosso nell’ambito del progetto “Imago mundi”, diretto da Giulio Baffi; ed in fine, al via sabato prossimo, in occasione della Giornata Mondiale del Turismo, l’iniziativa “San Gennaro nell’arte”, con visita a prezzo ridotto ai musei e luoghi del Santo patrono: Catacombe, Donnaregina, Tesoro.

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