Oggi, 17 gennaio, si celebra Sant’ Antonio Abate, il Santo eremita egiziano fondatore del monachesimo cristiano e primo degli abati.

A lui si deve la costituzione in forma permanente di famiglie di monaci che sotto la guida di un padre spirituale, abbà, si consacrarono al servizio di Dio. Rimasto orfano a 20 anni, decise di abbandonare ogni ricchezza e di darsi alla vita monastica. Al principio si ritirò presso la sua città (Coma, in Egitto), in un luogo solitario, dedicandosi alla preghiera ed al lavoro. A 35 anni, preso ormai da una grande volontà di ascesi, si inoltrò per il deserto e si incamminò verso i monti del Pispir, in direzione del Mar Rosso. Con quel percorso, nacque in lui il fuoco dell’ascetismo: «una fiamma che nessun’acqua poté estinguere», tanto che il suo isolamento divenne esemplare per molti altri monaci che si erano ritirati nel deserto e a lui si rivolsero per ricevere il suo insegnamento e la sua guida. In questo modo il santo eremita, chiamato ad essere abate, organizzò alcuni monasteri intorno al suo eremo presso la riva del Nilo, a ridosso delle montagne circostanti.

Grazie alla divulgazione della Vita scritta da sant’Atanasio (Atanasio, Vita Antonii) le gesta di Antonio si diffusero in tutta la cristianità ed il suo culto varcò i confini dell’Egitto estendendosi sia in Oriente che in Occidente. La sua festa fu istituita nel V secolo, in Palestina, dall’abate Eutimio e venne segnata al 17 Gennaio.

Presto la devozione per il santo assunse caratteri fortemente popolari ed egli fu considerato protettore contro i contagi e l’herpes zoster (detto dal volgo «fuoco di sant’Antonìo»). A lui vennero intitolate chiese, congreghe ed edicole votive e il suo nome fu abitualmente imposto a moltissimi neonati. Reputato un potente taumaturgo, capace di guarire malattie terribili, quando nel 1491 le sue reliquie furono traslate a Saint Julien, vicino ad Arles, sul luogo si sviluppò la principale devozione che riguardava la guarigione dal ‘fuoco di Sant’Antonio’: il numero dei malati che qui invocavano l’aiuto del Santo era così elevato che fu necessario costruire apposite strutture ospedaliere ed impegnare l’ordine degli Antoniani per l’assistenza e la cura dei devoti pellegrini.

Il fuoco, il bastone, l’animale, il saio monastico e l’assistenza, divennero presto i principali simboli devozionali legati al culto di sant’Antonio abate e sono ancora oggi presenti nella tradizione religiosa popolare. I falò di sant’Antonio abate, che si accendono in moltissimi paesi, sono una pratica caratteristica ed affascinante della tradizionale vita comunitaria; così come lo è la tradizione, molto sentita in svariati luoghi, di portare gli animali dell’aia a ricevere la benedizione ecclesiastica.

Sant’Antonio abate è inoltre celebrato come patrono dei vigili del fuoco e dei fornai, tutti coloro che hanno a che fare con il fuoco vengono infatti  posti sotto la sua protezione in onore del racconto che vedeva il Santo addirittura recarsi all’inferno per contendere al demonio le anime dei peccatori, ma è anche patrono dei macellai, dei salumieri, degli animali domestici e del bestiame. La sua persona è così profondamente legata alla protezione degli animali domestici da essere solitamente raffigurata con accanto un maiale, mentre il 17 gennaio tradizionalmente la Chiesa benedice gli animali e le stalle ponendoli sotto la sua tutela. Un binomio questo che potrebbe apparire quantomeno insolito per il santo passato alla storia come patriarca del monachesimo … Occorre quindi fare un passo indietro per comprendere come abbia potuto un asceta divenire santo rurale. Il salto non è così insolito come sembra, pare infatti che il giorno a lui dedicato cada nelle vicinanze di antiche feste pagane agresti in onore del dio celtico Lug, venerato in area germanica. Lug era il dio del gioco e della divinazione, era colui che risorgeva con la primavera, figlio della grande madre celtica cui erano consacrati i cinghiali e i maiali, animali anche in precedenza dedicati alle divinità protettrici della fertilità, come Demetra, o la latina Cerere. Quando le reliquie di sant’Antonio giunsero in Francia, i primi cristiani celti trasferirono quindi nel santo gli attributi del dio pagano e nelle leggende a lui legate ecco che s’inserisce il cinghiale, diventato poi maiale per estirpare il ricordo precristiano. Nascono così due racconti tradizionali per cristianizzare gli emblemi; il primo racconta che il cinghiale-maiale fosse il diavolo sconfitto da Antonio resistendo alle tentazioni, il secondo dice invece che un giorno il santo guarì un maialino e da quel momento questi lo seguì fedele come un cane. Successivamente il maiale divenne un privilegio dei fratelli ospedalieri di sant’Antonio, fondati nel 1600, che potevano allevarlo per nutrire gli ammalati che accorrevano per invocare la guarigione da parte del santo dall’herpes zoster, grazie al suo dominio sul fuoco.

Altra tradizione, profondamente legata alla devozione di Sant’Antonio, è quella di accendere fuochi in suo onore. Un rituale antico e denso di significati, caduto in disuso con l’avvento della modernità e la conseguente scomparsa dell’allevamento diffuso, ma recentemente riaffiorato grazie anche a una crescente sensibilità verso il mondo animale. L’accensione di fuchi si riconduce alla protezione offerta da Antonio verso tutti coloro che hanno a che fare con il fuoco, o ne sono afflitti, ma l’uso cerimoniale del falò è anche carico di significati universali, ben noti alle comunità agricole arcaiche. Non a caso è proprio nel cuore dell’inverno che si celebra la festività popolare di S. Antonio Abate: accendere un fuoco votivo nelle fredde notti invernali equivale alla “rottura delle tenebre” per generare uno spazio di condivisione e di socialità. In occasione di tutte le più importanti festività, la presenza di fuochi che si richiamano da una collina all’altra rendeva visibile la condivisione di un culto e il comune sforzo per allontanare le presenze maligne che si credevano proliferate tutt’intorno durante la lunga notte invernale. La festività cade infatti  in concomitanza di antiche ricorrenze pagane legate alla celebrazione della rinnovata fertilità della madre terra, di cui il fuoco, che mette in fuga le tenebre, il freddo, e gli spiriti maligni, è elemento propiziatorio.

Altra connotazione interessante di queste festività è la coincidenza con l’inizio del Carnevale che quasi dappertutto in Italia, come anche in molti Paesi  dell’Europa, comincia ufficialmente in questi giorni (la domenica di Settuagesima può cadere infatti dal 18 gennaio al 22 febbraio), proprio in concomitanza con la festività del “Santo del porcellino”.

Gennaio è un mese caratterizzato dalla “stasi vegetale”: una sorta di pausa durante la quale  la natura offre molto poco e il lavoro in campagna diminuisce;  il sole spesso è velato e il freddo fa rintanare in casa persino gli animali domestici. Gennaio era dunque il periodo dell’anno in cui il mondo contadino si radunava davanti al focolare domestico, o nelle calde stalle, per raccontare le antiche leggende e festeggiare, ballando, cantando, scherzando, bevendo il vino appena imbottigliato e consumando  le scorte invernali di grasso, specialmente del maiale macellato a novembre per San Martino oppure a dicembre per Santa Lucia: era arrivato il Carnevale e occorreva consumare tutti quei cibi che poi sarebbero stati vietati durante la Quaresima che con i suoi “magri” quaranta giorni di astinenze si contrappone al periodo carnevalesco, quando una volta era d’obbligo mangiare “di grasso”.