Dio è di nuovo a Perugia. Ieri al Festival del Giornalismo c’era ressa un po’ ovunque, attirata dai grandi ospiti del pomeriggio, Matteo Renzi e il direttore di La Repubblica Ezio Mauro; Matteo Renzi alla fine non è venuto, ma la gente è rimasta.
Oggi invece c’è meno caos, ma i volti noti non mancano: ho incrociato più volte Bill Emmott, ex direttore dell’Economist e protagonista del film Girlfriend in a coma, Beppe Severgnini, Makkox e Zoro, tutti ovviamente indaffaratissimi e inavvicinabili.

Dei vari incontri della giornata, quello intitolato “Dal teleschermo al monitor, il percorso della notizia” mi ha dato molto da riflettere. A parlare c’erano Giampaolo Colletti (fondatore Altratv.tv), Mariapia Ebreo (giornalista freelance), Piero Gaffuri (direttore Rai Nuovi Media), Alma Maria Grandin (TG1), Nicoletta Iacobacci (European Broadcasting Union).
L’argomento dominante è abbastanza tecnico, ma utile per capire certi aspetti di questa epoca di cambiamenti: il transmedia, ovvero comunicare con l’obiettivo di intrecciare e utilizzare diverse piattaforme. Esempio: in un film si vede il protagonista che legge un libro, ma quel libro non è solo parte del film, è un libro vero, e volendo si può comprare in libreria. Con un media (il cinema) ci si collega a un altro media (il libro), e i due possono ‘lavorare’ benissimo insieme.

Tanto per restare in tema con l’incontro di ieri, i presenti hanno ricordato che, ad esempio, la Chiesa conosce benissimo le strategie di comunicazione transmediali: con architettura, musica, messaggi, dipinti, libri, ecc, la Santa Sede da 2000 anni fa ‘funzionare’ e intreccia diverse piattaforme di comunicazione, in vista di un proselitismo sempre più efficace.
Nel giornalismo televisivo oggi si cerca di fare esattamente questo: dallo schermo della tv deve passare un tipo di comunicazione indirizzata alla partecipazione, perché gli spettatori hanno il second screen, cioè guardano lo schermo televisivo e usano lo schermo dello smartphone o del tablet per commentare le notizie.
Non si tratta solo di ‘confezionare’ le notizie in modo da collegarle ad altre piattaforme di informazione (i social in testa a tutti), ma anche di fornire un nuovo tipo di servizio in cui tutti siano informatori e informati, allargando e arricchendo la partecipazione al lavoro dell’informazione.

In serata, invece, sono stato invitato in uno workshop dal nome accattivante: “Donne e nuove tecnologie – come fare informazione in modo semplice e chiaro”, dove a partire dal caso di Girl Geek Life, iniziativa americana di esperte di tecnologie composta da sole donne, si è parlato del rapporto tra donne e nuove tecnologie, e delle tecniche che usano per fare informazione e gestire il loro magazine.

Le ragazze del Girl Geek Life milanese (Luigina Foggetti, Sara Maternini, Sonia Montegiove, Emma Tracanella), attraverso il loro lavoro (volontario, non retribuito), hanno esposto una serie di dati sull’utilizzo del web e della tecnologia nella sfera femminile. Le donne di solito (non lo dico io, lo dice Girl Geek Life)  sono le prime a ritenersi ‘imbranate’ con la tecnologia e poco capaci di utilizzare i nuovi device e applicazioni, ma la tendenza sta cambiando e la loro stessa consapevolezza sta crescendo.

Oggi le donne sono più connesse, lo sono a tutte le età, sono attive a tutti i livelli, giocano con i videogiochi (giocano molto, stando alle statistiche), e insomma se ne intendono (e vogliono intendersi) di tecnologia molto più di prima.
Il mito del nerd ‘geek’ maschio, bruttino e mago dell’hi-tech, che ha fatto la fortuna di serie tv di successo come The Big Bang Theory, comincia a scricchiolare.