Passare dal caldo delle strade in salita di Urbino al fresco del palazzo ducale potrebbe costarmi un raffreddore, ma l’inviato speciale di Leonardo non si fa questi problemi.
Oggi Dio è al Festival del Giornalismo Culturale di Urbino, per seguire queste 36 ore di eventi incentrati sul mondo dell’informazione e sulla cultura, una versione ridotta, e meno incentrata sul giornalismo in senso stretto, del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia.

Giorgio Zanchini e Lella Mazzoli aprono i lavori, e la giornalista giustamente parte dal perché di tutto questo: che senso ha fare un ennesimo festival? Riprendendo Sinibaldi del Sole 24 Ore, la Mazzoli ricorda che i festival, a conti fatti, non fanno vendere di più e non aumentano la conoscenza. Oggi si ascoltano gli scrittori e i filosofi, invece che leggere i loro libri, ma i festival hanno comunque uno scopo non da poco: legano la cultura al territorio e promuovono la coesione sociale.
La società è complessa, piena di sfaccettature e di eventi, e non è possibile dare un’unica lettura. In questo presente caotico, il festival crea un contesto, una cornice comune, o (per usare un termine tecnico) un frame, e offre una chiave di lettura generalizzata.
Infine, come ricorda Zanchini, nel panorama italiano mancava un festival specifico sull’informazione culturale.

Dopo un intermezzo musicale eseguito dalla bravissima chitarrista Irene Placci, sul palco è salito Corrado Augias, per parlare del significato del giornalismo culturale.
Il giornalismo, ha ricordato Augias, è l’espressione del possibile, e reclamarne l’obiettività è inutile: le notizie sono troppe per qualunque redazione, quindi si sceglie cosa pubblicare e cosa no. Questa scelta, necessaria e inevitabile, compromette l’obiettività, e se ci aggiungiamo che le notizie hanno comunque una loro gerarchia, si comprende l’inesistenza dell’obiettività nel giornalismo.

Nell’ambito culturale, invece, l’obiettività non solo è possibile, ma è ancora più richiesta, per fare della vera informazione culturale. Ciò che occorre è non essere settari e parlare di ciò di cui non si parla abbastanza.
Una volta la critica letteraria aveva i suoi spazi e le sue riviste; oggi è confinata nell’università, e le eventuali stroncature di libri sembrano solo espressione di interessi o gelosie, non critiche serie, magari mosse da nomi autorevoli.

Augias dedica spazio alla rete e alla televisione, criticandole entrambe. Il web non è educativo in senso stretto: non ha,  e non può avere, l’effetto pedagogico del cartaceo. Come nel mondo reale, chi ha la velocità non ha la forza, e la rete è veloce, non potente.
Il giornalismo culturale ha quella potenza di cui la rete è, per forza di cose, sprovvista. In rete c’è sicuramente molto dibattito, ma poche cose davvero interessanti, di quelle che lasciano il segno una volta lette. Quando si legge qualcosa, si dovrebbe ottenere anche un arricchimento personale.

La televisione italiana, infine, è estremamente povera di contenuti e non sperimenta qualcosa di nuovo da anni. Le altre televisioni europee forse sono più noiose, ma non cadono in basso come la nostra. Il monito finale di Augias alle televisioni è “osate un po’ di più”.

Concludo ricordando una bella precisazione di Augias: “media” si pronuncia come si legge, perché è una parola latina; ce l’hanno riportata gli anglosassoni, ma la paternità è latina, quindi si legge media, non midia.
Forse è una coincidenza, ma io dico che Augias mi segue.