Le riflessioni del pomeriggio, qui al Festival del Giornalismo Culturale di Urbino, hanno proseguito sulla rotta tracciata stamattina da Piero Dorfles con la sua accusa al giornalismo culturale italiano. I numerosi ospiti italiani e stranieri hanno messo in evidenza i sintomi di una generale mancanza di cura, approfondimento e serietà nel settore, che si riflette sul livello culturale di tutto il paese.
Quella che emerge è l’immagine di un paese imbarbarito sia ad alti livelli, dove chi dovrebbe prendersi cura della cultura e del giornalismo culturale non lo fa, sia soprattutto a livello della popolazione, che semplicemente non sente, non riceve, non cerca e non vive la cultura, con nefaste conseguenze.

A questo proposito, l’incontro con Marino Sinibaldi e Concita De Gregorio ha evidenziato un problema che tocca anche la stretta attualità. La giornalista, infatti, ha recentemente pubblicato su La Repubblica una sua intervista alla Presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini, che come è noto ha sollevato un vespaio di polemiche sul tema del controllo della rete, anche se la vicenda riguardava tutt’altro.

Dalla sua elezione, Laura Boldrini ha ricevuto costantemente minacce a stampo sessista, molto pesanti. Dopo aver parlato a favore della comunità ebraica in seguito alla condanna di un sito web nazista, le minacce sono peggiorate, e la Boldrini ne ha parlato alla De Gregorio, mostrandole il materiale raccolto: quattro risme di fogli stampati che documentano minuziosamente quali persone hanno scritto cosa, nella fattispecie migliaia di minacce di morte condivise e commentate su Facebook, fotomontaggi pornografici che coinvolgevano la Boldrini, con annesse minacce di morte. Per rendere l’idea, la De Gregorio cita testualmente una di queste frasi: “ti faccio stuprare da 400 persone finché non muori”.
Stiamo parlando di circa 9000 persone singole, con nome e cognome. Questa cifra ovviamente è relativa, perché 9000 persone che condividono qualcosa su Facebook moltiplicano enormemente la portata del contenuto condiviso.

Ora, come è noto, denunciando l’aggressione di un gruppo violento si fa il gioco del violento e gli si porta proprio quella visibilità che cerca. La Boldrini ne era consapevole, spiega la De Gregorio, e ha deciso lo stesso di provarci, per mostrare quanto la minaccia sessuale verso le donne sia radicale e diffusa in Italia. Quantomeno, la cifra di 9000 persone che minacciano di morte la Boldrini doveva essere resa pubblica, per dare un idea della portata del fenomeno.
Il problema è: come si gestisce una moltitudine di minacce di questo livello? In caso di necessità, come si denunciano migliaia e migliaia di persone per minacce di morte che arrivano dal web? C’è uno strumento giuridico per questo tipo di cose?

Il tabù dell’intoccabilità del web, naturalmente, veniva coinvolto nella vicenda, perciò, conoscendo la sensibilità del “popolo della rete”, l’articolo della De Gregorio è stato molto cauto.
Ciò nonostante, la rete ha sollevato il dibattito soltanto sul tema del controllo di internet e della censura, oscurando del tutto le minacce di morte, vero scopo dell’articolo, una storia che i due giornalisti non esistano a definire “una caso da studiare”.
Il dibattito che ne è scaturito online è stato assolutamente senza profondità e senza attendibilità, fatto nemmeno sul titolo dell’articolo, ma soltanto sul “sentito dire”.
La De Gregorio semplicemente rivendica il diritto di porre la questione: cosa si può fare per questi casi? Esistono, o si possono fare, delle leggi per gestire casi di denuncia per minacce di morte, rivolti a una moltitudine di persone?

Marino Sinibaldi, in conclusione, ha osservato che siamo un paese estremamente rissoso, bendisposto verso la polemica, ma non verso il confronto delle idee: il dibattito è sempre violento, non costruttivo.
Il parlare sempre in tono aggressivo è da collegare anche a una mancanza generale di ascolto: quando si parla, non si ascolta l’interlocutore, si aspetta solo il proprio turno per parlare. Accusando soprattutto i talk show, la De Gregorio ricorda che è proprio questo che distrugge il dibattito vero e ci abitua, giorno dopo giorno, a questo far west.
Il dialogo è compromesso, c’è solo lo scontro.