Il sabato del Festival del Giornalismo è iniziato parlando di intercettazioni e Datagate, e giustamente si conclude con spionaggio e abusi del potere, legati a fatti di cronaca vicini e lontani: la complessa vicenda dei Marò e il rapimento di Abu Omar sono stati al centro della discussione al Teatro della Sapienza su “L’informazione tossica e il segreto”, in occasione della Giornata Mondiale per la Libertà di Stampa.

Il caso dei due marò è stato ben sviscerato, per aiutare i presenti a comprendere meglio il punto.
Per contrastare la pirateria nell’Oceano Indiano occidentale, l’Unione Europea ha organizzato la Missione Atalanta, alla quale partecipavano anche 6 fucilieri di marina che scortavano la petroliera italiana Enrica Lexie. Il 15 febbraio 2012, credendo di essere vittime di un attacco pirata, non si sa bene chi dei fucilieri apre il fuoco contro una nave indiana, la St. Antony, uccidendo per errore due civili.
L’incidente è avvenuto in acque internazionali, ma per gli indiani è avvenuto sul ponte della nave battente bandiera indiana, quindi su territorio indiano.

A questo punto vengono commessi una serie di errori che hanno complicato il caso, primo fra tutti l’attracco: la nave dei marò ha attraccato al porto di Kochi, forse costretta, forse ingannata, forse per libera scelta del comandante. L’equipaggio è sceso, e i due comandanti dei fucilieri di marina sono stati arrestati dalle autorità indiane.
In base al principio per cui nessuno Stato sovrano può giudicare un altro Stato, si è cercato di ottenere un arbitrato internazionale, ma invano.

Aldilà dell’indecisione e dei ritardi indiani, la vicenda è stata influenzata da troppi fattori: il patriottismo reciproco (per l’India sono assassini, per l’Italia sono eroi); poca chiarezza delle norme, che sono troppo interpretabili; indagini grossolane fatte dalle autorità indiane, e conseguente mancanza di prove certe; debolezza dello stato italiano, che durante tutta la vicenda ha cambiato tre governi e tre ministri degli esteri; grossi interessi economici, soprattutto legati alla compravendita di elicotteri militari di Finmeccanica.

Il caso noto a tutti, in questa giornata dedicata appunto alla libertà di stampa e al mestiere di giornalista, deve far riflettere tutti gli addetti ai lavori: nella vicenda dei due marò la stampa si è impegnata poco, forse seguendo la direttiva di non rovinare il business con l’India.
Gli approfondimenti di giornali, telegiornali e trasmissioni, sempre presenti e precisi nei vari casi di omicidi italiani, stavolta sono mancati. Il giornalismo in questo caso è stato “piccolo”, grossolano e solo colpevolista o solo innocentista. Nessuno si è impegnato davvero.

Tutto questo, poi, ricorda gli spettri ben peggiori del caso Abu Omar, il rapimento dell’imam di Milano avvenuto il 17 febbraio 2003, in piena psicosi da terrorismo, da 22 agenti della Cia e qualche italiano. Abu Omar è stato rapito, portato in Egitto e torturato.
Gli americani controllavano e prelevavano chiunque in qualunque parte del mondo, in base alle loro leggi sulla guerra al terrorismo, ma per il diritto italiano quello era rapimento. Si è fatto un processo, è stata chiesta l’estradizione per le condanne superiori a 4 anni, e l’unico agente Cia estradabile alla fine non è stato estradato.
La stampa non ha potuto informare, e sulla vicenda c’è tuttora il segreto di stato.

La morale dell’incontro non è una, ma sono tre morali: l’impegno, il coraggio e l’onestà dei giornalisti rimangono l’unico baluardo della verità.
Uno Stato debole nei casi delicati non può offrire sufficienti garanzie ai suoi cittadini, mentre uno Stato forte può fare quello che vuole.
Qualunque diritto rischia sempre di rimanere inerme di fronte alla forza degli Stati.