Un dato interessante di questo Festival del Giornalismo è l’affluenza: c’è più gente rispetto allo scorso anno, anche agli eventi diciamo “noiosi”, o comunque molto tecnici.
Dio, però, è uno che cerca di rispondere alle grandi domande, perciò va a seguire i panel un po’ più esistenziali.

Il panel di questo pomeriggio, infatti, verteva sul sommo bene: “il buono dietro le notizie”, con Elisabetta Andreis del Corriere della Sera, Luca De Biase de Il Sole 24 Ore, Guido Romeo di Wired Italia e il presidente onorario di GfK Eurisko Remo Lucchi.

Ci lamentiamo sempre dei telegiornali che danno cattive notizie, ma nell’era 2.0 sono gli utenti a produrre e a veicolare contenuti e notizie, a decidere la domanda, quindi succede che le notizie tendono a sfuggire alle esigenze di cronaca, e ad essere più “buone”: gli utenti oggi vogliono condividere storie positive, vogliono sapere che si può stare bene.

Secondo i dati, la crescita dell’istruzione superiore sta cambiando e cambierà la qualità della vita delle persone, soprattutto la domanda di qualità della vita.
Le persone non vogliono più solo fare soldi e consumare, con internet e con una maggiore diffusione delle informazioni l’idea di felicità è cambiata: si consuma di più in alimentazione e salute-benessere, un consumo basato sulla sostenibilità e su se stessi.

Ogni utente oggi pensa questo: il bene più importante sono io, il mio corpo, la mia testa, la mia personalità. Io sono qui, sono vivo, ho qualche decina di anni, e non mi importa del resto. Non voglio un consumismo che mi danneggia, non voglio aziende che approfittano della mia buona fede o della mia ingenuità.
Cosa possono fare le aziende, con questa mentalità in crescita tra i loro clienti? Ovviamente adeguarsi, abbandonare il vecchio approccio verticale e gerarchico “io ho il potere, comando io”, ma passare a quello orizzontale, dialogare con i clienti e ottenere da loro vera fiducia, passando all’obiettivo dell’Extreme Trust.

La gente oggi vuole vivere in un contesto di sicurezza e stabilità sociale. Non si punta a diventare straricchi, ma piuttosto continuare a vivere e a lavorare. La lotta politica non la vuole più nessuno, la gente vuole alleanza: larghe intese, ma nel senso buono, della condivisione e del progetto comune.
Le persone vivono e pensano come se fossero tutti contributori di Wikipedia: si fa qualcosa insieme, ognuno mette il suo contenuto, la sua parte, perché siamo tutti coinvolti, siamo tutti protagonisti.
Il web 2.0 produce una diversa visione della società, e dunque una felicità, appunto, 2.0.