Le Sezioni Unite della Cassazione hanno detto no al risarcimento richiesto da una coppia di genitori. I due avevano fatto causa alla Asl di Lucca e ai primari dei reparti di ginecologia e del laboratorio di analisi perché non avevano rilevato, prima della nascita della loro figlia, che questa era affetta da sindrome di Down.

I genitori della bambina down hanno affermato che, se ne fossero stati informati, avrebbero potuto decidere per un’interruzione della gravidanza. La coppia ha così presentato una richiesta di risarcimento danni per la mancata comunicazione da parte dei medici coinvolti, ma questa è stata bocciata.

Le Sezioni Unite della Cassazione hanno infatti fatto notare che non esiste il “diritto a non nascere se non sano” e per tanto ciò “mette in scacco il concetto stesso di danno”. Riguardo al risarcimento del danno reclamato dalla coppia di genitori della bambina down, la Cassazione fa inoltre sapere: “Tanto più che di esso si farebbero interpreti unilaterali i genitori nell’attribuire alla volontà del nascituro il rifiuto di una vita segnata dalla malattia; come tale, indegna di essere vissuta (quasi un corollario estremo del cosiddetto diritto alla felicità)”.

Le Sezioni Unite dicono quindi che “non sarebbe configurabile un diritto al suicidio tutelabile contro chi cerchi di impedirlo” e non vi è alcuna responsabilità da parte del soccoritore “che produca lesioni cagionate ad una persona nel salvarla dal pericolo di morte”.

La Cassazione precisa inoltre che l’ordinamento giuridico italiano: “non riconosce il diritto alla non vita: cosa diversa dal cosiddetto diritto di staccare la spina, che comunque presupporrebbe una manifestazione di volontà ex ante, attraverso il testamento biologico”.

Esprimendosi sulla richiesta dei genitori della bimba down, la Cassazione comunica che l’indirizzo giurisprudenziale favorevole alla “pretesa risarcitoria del nato disabile verso il medico” può finire per assegnare al risarcimento “un’impropria funzione vicariale, suppletiva di misure di previdenza e assistenza sociale”.

Citando poi alcuni casi esteri, la Cassazione avvisa che esiste il “rischio di una reificazione dell’uomo, la cui vita verrebbe ad essere apprezzabile in ragione dell’integrità psico-fisica” e tiene inoltre a respingere la “patrimonializzazione dei sentimenti, in una visione panrisarcitoria dalle prospettive inquietanti”.