Anche prima delle devastanti bombe atomiche che polverizzarono Hiroshima e Nagasaki, parte del governo del Giappone, unico paese dell’Asse a non essersi ancora arreso, stava cercando una scappatoia per porre fine a una guerra che in nessun modo poteva ancora essere vinta. Si rivelò impossibile, tuttavia, mediare tra la posizione ufficiale di Tokyo, che avrebbe voluto negoziare la pace, e quella degli americani, che pretendevano la resa incondizionata. Durante la conferenza di Potsdam (17 luglio-2 agosto), nella quale le potenze vincitrici ridiscussero i destini dei territori occupati e la fine della guerra nel Pacifico, il presidente americano Harry Truman lanciò un ultimatum al Giappone: resa incondizionata o distruzione totale.

Dopo il lancio della prima bomba su Hiroshima, i vertici militari giapponesi continuarono ottusamente a sperare in una possibile mediazione dell’Unione Sovietica, contando anche sul fatto che un’eventuale invasione di terra dell’arcipelago sarebbe costata troppo alle forze alleate e che questa consapevolezza li avrebbe condotti ad accettare qualche condizione. Ma la dichiarazione di guerra da parte dell’URSS, l’8 agosto, e la seconda atomica su Nagasaki, il 9, fecero precipitare le cose. Nella notte tra il 9 e il 10 agosto venne convocato un Consiglio Imperiale d’urgenza, che tuttavia si risolse con uno stallo, con tre voti a favore della resa incondizionata e tre contrari. A quel punto fu lo stesso imperatore Hirohito a prendere la fatale decisione: il Giappone si sarebbe arreso con una sola condizione, che l’imperatore stesso sarebbe rimasto il capo dello stato.

Il Dipartimento della Guerra degli Stati Uniti fu raggiunto dalla notizia della resa del Giappone mentre stava pianificando un nuovo attacco nucleare, previsto per il 17 o il 18 agosto. Truman accettò la resa, ma pretese che il ruolo dell’imperatore dovesse essere solo cerimoniale, cosa che provocò ulteriori tentennamenti da parte dei vertici militari nipponici. Il dilemma era psicologicamente tremendo: la lealtà all’imperatore era un imperativo categorico per un militare giapponese, ma altrettanto lo era il rifiuto di arrendersi al nemico. Il Ministro della Guerra, il generale Anami Korechika, lo risolse nell’unico modo possibile: suicidandosi. Ci fu anche un tentativo di colpo di stato, comandato dal maggiore Kenji Hatanaka, ma la cospirazione fallì. Nel frattempo ripresero i bombardamenti convenzionali sulle principali città del paese e altre migliaia di civili perirono. E ancora una volta fu Hirohito a rompere l’impasse.

Il 15 agosto del 1945, attorno a mezzogiorno, il popolo giapponese per la prima volta ascoltò per radio la voce di un imperatore. Hirohito annunciava al suo paese massacrato che a causa di “un nuovo tipo di bomba, inumano“, capace di portare non solo all’annichilamento del Giappone, “ma alla distruzione dell’intera civiltà umana“, aveva deciso di “lastricare la strada della grande pace per tutte le generazioni future, sopportando l’insopportabile e tollerando l’intollerabile“. Il Giappone si era arreso, la guerra era finita.