Sono passati 40 anni e la sua impresa non è molto nota al mondo contemporaneo. Del resto il 7 agosto 1974 la rete e la sua capacità mediatica era ancora una chimera. E nemmeno uno come Philippe Petit  avrebbe potuto immaginare quanto sarebbe potuta essere virale oggi una pazza quanto straordinaria azione compiuta sulle Torri Gemelle di New York. Quelle torri distrutte dagli attentati dell’11 settembre 2001 ma che sono ancora ben scolpite nel ricordo del funambolo francese che ebbe il coraggio di attraversarle a 417 metri di altezza su una corda di acciaio spessa poco meno di 3 cm.

Quella di Philippe Petit e del suo entourage fu un azione studiata e organizzata nei minimi dettagli fin dalla fine degli anni ’60 quando l’acrobata francese decise che una volta completata la costruzione della Torre Nord e della Torre Sud in quel di Manhattan a New York l’azione funambolica non poteva scappargli. Il sogno nel cassetto. Attraversare le due torri con una corda di acciaio tra i due tetti. Un ossessione che Philippe si trascinò per ben 6 anni prima di poter realizzare il suo epico gesto.

Nel frattempo il suo “sconosciuto” curriculum annoverava già camminate “nel vuoto” non di poco conto. La traversata che nel 1971 unisce i campanili di Notre Dame a Parigi, quella di Sydney, che nel 1973 unirà le cime dei piloni nord dell’Harbour Bridge; e ancora la traversata delle Grandi Cascate di Peterson, quella delle cascate del Niagara, il Superdome a New Orleans, le guglie della cattedrale di Laon, in Francia.

L’autodidatta funambolo di Nemours (curiosità è la città natale dell’attuale allenatore della Roma Rudi Garcia) fin da bambino viene descritto con un carattere non facile. Lo espellevano da ogni scuola che frequentava perché non voleva mai chinare la testa sui banchi e dedicarsi alla lettura. Motivo? Voleva sempre tenerla in alto, orientata laddove poteva vagare tra le sue utopie. Si mise a girare il mondo, vivendo di espedienti, esibendosi per strada, scappando dalla polizia che lo rincorreva mentre lui se la dava a gambe su un monociclo e borseggiando passanti: “Spesso restituivo la refurtiva, mi interessava rubare per la bellezza di farlo“.

Le Torri Gemelle le bramava le desiderava come se fossero il suo ultimo scopo di vita. Numerosi i video tratti dal film documento Man of Wire  del 2008 (Un uomo tra le torri), diretto da James Marsh, che racconta minuziosamente come fu organizzata quell’inverosimile e virtuosa impresa. Un’azione che poteva costargli la vita studiata nei minimi dettagli. Giorni e giorni di preparazione. Il resto oggi è storia. E che storia.

I due edifici erano stati progettati per oscillare, e quindi potevano dar origine a variazioni sulla tensione del cavo. Il cavo veniva appositamente costruito per ogni impresa di Philippe considerando altitudine, forza dei venti e pendenza.

Pur senza avere il consenso dei proprietari del cavo, il funambolo francese, tramite un filo guida scagliato con arco e freccia, riesce a tendere il cavo d’acciaio fra i due edifici, a 417 metri di altezza dal suolo. Alle ore 7.15 del 7 agosto 1974 Philippe sale sul cavo con un asta lunga 3 metri che gli consente equilibrio. Dopo attimi di tensione il funambolo non si ferma più. Compie per 8 volte il percorso avanti e indietro restando sulla corda per 45 minuti. New York è incredula con il naso all’insù. Giunge la polizia sul tetto della Torre Nord. Lo pregano di tornare sul tetto. Lui li sbeffeggia camminando avanti e indietro. Poi l’arresto. In manette Philippe è applaudito e acclamato dalla folla presente. Philippe Petit è l’uomo che ha compiuto una delle più grandi imprese (seppur senza scopo) nella storia dell’umanità. Un eroe senza gloria che a noi piace ricordare.

(photo credit: deanwiles via photopin cc)