Gabriel José de la Concordia Garcia Marquez nacque il 6 marzo del 1927 ad Aracataca, un villaggio della Colombia caraibica a metà strada tra Cartagena e Maracaibo, futura ispirazione per il Macondo di “Cent’anni di solitudine” e di altri suoi romanzi. Primo degli undici figli del telegrafista e poi farmacista Gabriel Eligio e della chiaroveggente Luisa Santiaga, il piccolo Gabriel fu cresciuto soprattutto dalla nonna materna, una creola che insegnò al nipote a conoscere e amare le storie e le leggende del folklore locale, e che ispirò il personaggio di Ursula Iguaràn del suo romanzo più celebre.

Trasferitosi prima a Barranquilla e poi a Bogotà per frequentare il liceo e quindi l’università, abbandonò presto, nel 1947, gli studi di diritto per dedicarsi a tempo pieno al giornalismo, prima come reporter e poi come critico cinematografico. Nel 1954 lasciò il Sudamerica per trasferirsi in Europa: prima a Roma, per studiare regia al Centro sperimentale di Cinematografia, poi a Parigi e quindi a Londra, prima di far ritorno dall’altra parte dell’oceano, per sposare Mercedes Barcha, da cui poi ebbe due figli, Rodrigo e Gonzalo. Il ritorno in Sudamerica segnò l’inizio non solo della sua carriera letteraria, come vediamo in seguito, ma anche del suo impegno politico. Garcia Marquez s’interessò alla rivoluzione cubana, conobbe Che Guevara e divenne amico di Fidel Castro, cosa che gli guadagnò un embargo personalizzato da parte degli Stati Uniti (non poté mettervi piede dal 1961 fino al 1995, quando il presidente Clinton, suo grande fan, volle incontrarlo a Martha’s Vineyard). Famoso il suo “sciopero della penna” con il quale smise di scrivere per due anni, dal 1973 al 1975, per protesta contro il regime di Pinochet in Cile; protesta che fu ripetuta dal 1976 al 1980. Negli anni Ottanta e Novanta, Garcia Marquez si attiva per provare a porre fine alla guerra del narcotraffico e delle FARC nel suo paese, e si avvicina al “bolivarismo” di Hugo Chavez, attirandosi anche in questo caso le antipatie del mondo liberale. Nel 1999 gli fu diagnosticato un tumore al sistema linfatico, che sconfiggerà solo sei anni più tardi, in tempo per la pubblicazione del suo ultimo lavoro, “Memoria delle mie puttane tristi”. Le sue condizioni di salute, tuttavia, sono compromesse e nel 2012 un amico di Gabo rivela che lo scrittore, ormai 85enne, soffre di Alzhaimer e che non avrebbe più potuto scrivere.

Influenzato dagli scrittori amati in gioventù – Hemingway, Faulkner, Conrad – Garcia Marquez esordì nel 1955 con due romanzi, “Foglie morte” (nel quale compare per la prima volta il villaggio immaginario di Macondo) e “Racconto di un naufrago”. Dopo “La mala ora”, pubblicato nel 1962, lo scrittore colombiano diede alle stampe la sua opera più celebre e importante, che lo consacrò definitivamente come uno dei più grandi scrittori in lingua spagnola della sua epoca, nonché come esponente di punta della scuola del realismo magico: “Cent’anni di solitudine”, l’epopea della dinastia Buendìa attraverso un secolo e sette generazioni, dal patriarca e fondatore di Macondo, José Arcadio, fino ad Aureliano, che muore nel ciclone che distrugge il paese. La sapiente miscela di realtà e finzione, reportage e allegoria, e la struttura narrativa ramificata in numerose cornici temporali sull’insegnamento del più grande scrittore dell’epoca, Borges, fanno di questo romanzo un perfetto archetipo di genere. Un archetipo fortunato, peraltro: dal 1967, “Cent’anni di solitudine” ha venduto oltre 50 milioni di copie ed è stato tradotto in 25 lingue, finendo per essere uno dei più clamorosi successi letterari del XX secolo, e senza dubbio il più significativo per ciò che riguarda la letteratura latinoamericana. E, nonostante nel frattempo fossero stati pubblicati altri due romanzi di notevole fattura come “L’autunno del patriarca” (1975) e “Cronaca di una morte annunciata” (1918), fu senz’altro decisivo il peso di “Cent’anni di solitudine” nella decisione di Stoccolma di assegnare il Premio Nobel per la Letteratura 1982 a quello che ormai era considerato, e che sempre sarà considerato tale, uno dei più grandi letterati del XX secolo.

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